Così L’America ha ritrovato il suo Nemico Ideale

Carta di Laura Canali - 2016

Carta di Laura Canali – 2016

1. HARRY «RABBIT» ANGSTROM È UNO statunitense tipico. Imprenditore, sposato con prole, automunito, residente nella suburbia della Pennsylvania. Il suo inventore, lo scrittore John Updike, lo partorisce nel novembre del 1960 [1] quale nemesi del Kerouac di On the Road. A 26 anni Rabbit molla tutto per seguire la propria inquietudine, ma poi accetta con convinzione la claustrofobica solidità del sogno americano. Con tanto di buon ritiro in Florida. Rabbit è un patriota: è sicuro che il suo sia il miglior paese del mondo e si batte in favore della guerra in Vietnam.

Ai suoi occhi, l’impellente missione dell’America è sconfiggere i russi. Così, quando l’Unione Sovietica improvvisamente si suicida, il nostro non riesce a nascondere lo smarrimento. «La guerra fredda ci dava una ragione per alzarci la mattina. (…) Ora che senso ha essere americani?» [2], si interroga con disperazione.

Il suo letterario turbamento è lo stesso che nel 1991 colpisce gli strateghi statunitensi che assistono alla deposizione della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Alla legittima soddisfazione per aver annientato il rivale solo grazie all’intelletto e alla tenacia, senza sparare un colpo, si unisce la paura dell’ignoto. Giunti finalmente sulla cima del mondo, gli americani scoprono di temere la solitudine. Dunque se stessi.

Negli anni successivi risolvono l’inquietudine raccontandosi che, estinta la storia [3], qualsiasi iniziativa sarebbe stata priva di conseguenze rilevanti. Perfino il proposito di rincorrere terroristi fra le gole dell’Hindu Kush. Perfino il capriccio di innestare democrazia in Medio Oriente. Tuttavia il momento unipolare ne accende la hybris.

L’assenza di un nemico perfettamente simmetrico nel quale specchiarsi fa sbandare la monopotenza. Finché il prepotente ritorno sulla scena della Russia, annunciato nel 2008 dall’invasione della Georgia e realizzato nel 2014 con l’invasione della Crimea, le fornisce l’agognato sollievo. Perché se la Tigre cinese è strutturalmente l’avversario più temibile, nella propaganda a stelle strisce il ruolo di villano è da sempre riservato all’Orso russo.

Più di Pechino, l’intraprendenza di Mosca fornisce all’America un definito orizzonte morale. La inchioda ai suoi imperativi strategici, le consente di legare a sé le nazioni europee e di presentare all’opinione pubblica domestica una versione oleografica della sua politica estera.

Non a caso, benché fosse intenzionato a passare alla storia come il presidente del perno asiatico, negli ultimi anni Obama ha finito per concentrarsi soprattutto sulle mosse del Cremlino. Applicando la stessa tattica della guerra fredda – il contenimento – a obiettivi differenti. Piuttosto che scongiurare la conquista del globo da parte dei comunisti, oggi gli Stati Uniti intendono impedire alla Russia di dominare l’estero vicino e saldarsi alla Germania. In una spinta che è tanto utile all’attuazione dell’agenda geopolitica quanto al mantenimento della razionalità nazionale. E che è destinata a proseguire nel tempo, indipendentemente da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Nell’assoluta convinzione che Putin non potrà mai allearsi con la Cina.

2. Soggetti dalla spiccata e speculare profondità imperiale, Russia e Stati Uniti sono destinati a comprendersi alla perfezione mentre si combattono senza requie. Entrambi leggono facilmente mosse e disegni altrui. Che si tratti, come in passato, della competizione per l’intero ecumene o dell’attuale lotta per il controllo dell’Eurasia. Più delle (modeste) informazioni carpite dalle rispettive intelligence, contano i progetti geopolitici.

Talassocrazia inattaccabile e perciò potenza globale, l’America si batte affinché nessuna nazione regni sul rispettivo continente d’appartenenza. Specie se la regione in questione è la massa euroasiatica. Viceversa la Russia, costruzione terrestre estesa su due continenti, tende per dimensioni e difficoltà difensive a espandersi verso la penisola europea e a presentarsi quale alternativa alla principale potenza occidentale. Contribuendo da par suo a una collisione ineludibile per entrambe le cancellerie, al netto della glassa moralista, materialista o religiosa con cui nel tempo sono state ricoperte le rispettive strategie.

Negli anni della guerra fredda le due superpotenze risposero sempre simmetricamente a ogni movimento dell’altra, non solo per terrore della mutua distruzione assicurata. Gli americani avevano pressoché circondato i sovietici (soprattutto dopo l’apertura in favore della Cina), che a loro volta provavano a rompere l’assedio. Nodo cruciale era il controllo del continente europeo.

Solo in due casi i contendenti violarono la grammatica geopolitica, combattendo direttamente due guerre per procura (rispettivamente gli Stati Uniti in Vietnam e l’Unione Sovietica in Afghanistan) e pagando molto cara l’iniziativa. La corrispondenza imperiale tra Washington e Mosca di fatto rese il mondo sicuro, finché le deficienze strutturali non consunsero l’impero intrinsecamente più debole.

Negli anni Novanta un clima di assoluta sospensione pervase l’amministrazione Usa e, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, impedì agli americani di comprendere i russi. O semplicemente suggerì loro di non curarsene.

Bush padre si rifiutò di affondare il colpo decisivo, limitandosi a osservare gli eventi. Per Clinton invece l’ex superpotenza comunista era scaduta a tabula rasa nuclearizzata in attesa di americanizzazione, destino indiscutibile di ogni nazione del globo. Non importava se, come dimostrato dalla storia, un conflitto irrisolto finisce sempre per riaccendersi. Allora l’America si percepiva oltre il flusso temporale. Specie negli anni dell’amministrazione democratica, quando i burocrati legati a una visione tradizionale delle relazioni internazionali furono esautorati in favore di analisti maggiormente in confidenza con le questioni economiche. Improvvisamente la globalizzazione, semplice conseguenza del controllo delle vie marittime da parte della Marina Usa, si elevò a taumaturgica condizione verso cui anela ogni essere umano. Effetto collaterale di una propaganda troppo sofisticata che puntualmente confonde i suoi stessi artefici.

 

La geopolitica divenne facoltativa. La Nato proseguì la sua espansione verso est quasi in automatico e intervenne in Kosovo animata da eccezionale leggerezza. Mentre gli europei orientali – questi sì con senso strategico – si affrettavano a collocarsi sotto l’ombrello militare statunitense prima che una rinata Russia ne ostacolasse il progetto. Distratta dall’improbabile guerra al terrorismo, negli anni Duemila Washington pensava che Putin si sarebbe tramutato in socio di minoranza dell’impero a stelle e strisce, oppure che avrebbe passivamente accettato la perdita di quegli Stati cuscinetto necessari a difendere lo heartland nazionale.
I neconservatori, élite intellettuale collocata negli uffici più rilevanti dell’amministrazione Bush, dopo l’11 settembre sfruttarono l’incontinenza emotiva dell’opinione pubblica per anestetizzare a loro volta le agenzie federali e rendere smaccatamente ideologica la politica estera. Solo l’invasione russa della Georgia, ancorché militarmente difettosa, nel 2008 scosse la superpotenza dal torpore. Per un momento George W. Bush pensò addirittura di muovere guerra contro Putin [
4].
Più concretamente, gli apparati statunitensi compresero che era stata la Russia – e non la Cina – a porre fine al periodo post-guerra fredda. Peraltro pochi mesi più tardi sarebbe entrato in funzione il gasdotto Nord Stream che via mare trasporta in Germania il gas siberiano e che, visto da Washington, è emblema della pericolosa simbiosi russo-tedesca, potenzialmente in grado di insidiare la supremazia americana.

3. All’alba del primo mandato obamiano, lo Stato profondo Usa reclamava dunque l’immediato ritorno alla realtà e un veemente contenimento nei confronti di Mosca. L’America doveva sfruttare l’audacia dello storico antagonista per ricalibrare la propria azione. Una linea che si sarebbe imposta per inerzia, se Obama non fosse giunto alla Casa Bianca con il sostegno di una straordinaria maggioranza parlamentare.
Abbandonati i dispendiosi e inutili schemi mediorientali, per il neopresidente la superpotenza doveva piuttosto dedicarsi all’Asia-Pacifico per contrastare l’ascesa della Cina e risparmiare le proprie risorse. A tal fine era necessario rilanciare i rapporti diplomatici con la Russia, in modo da garantirsi una significativa sponda in funzione anticinese e (inizialmente) antiiraniana. Potendo già contare sul sostegno del Congresso, il
parvenu Obama si affidò ai clintoniani – da Hillary Clinton a Tony Podesta, da Leon Panetta a Rahm Emanuel – per penetrare gli apparati e far valere la propria volontà. Neppure George Soros riuscì a persuadere Barack della necessità di una condotta maggiormente aggressiva nei confronti della Russia e per questo in seguito rimpianse d’averne finanziato la campagna elettorale [5]. Di fatto il gabinetto democratico attuò il reset quasi unilateralmente. 

Ne fu plastico esempio la gaffe causata dal gadget offerto il 6 marzo 2009 dalla Clinton al collega russo Sergej Lavrov per sancire l’inizio di una nuova èra nelle relazioni bilaterali. Il segretario di Stato presentò un pulsante con il termine inglese «reset» tradotto come peregruzka (surriscaldamento) invece di perezagruzka (azzeramento) e il suo consigliere particolare, Philippe Reynes, ispiratore dell’evento, ammise di non essersi rivolto ai burocrati del Dipartimento di Stato per ottenere una consulenza linguistica sul tema [6]. Intanto il 18 settembre 2009 Obama annunciava la cancellazione del progetto di scudo missilistico (Bmd) pensato per proteggere l’Europa orientale e nell’aprile dell’anno seguente sottoscriveva il «nuovo Start» assieme all’omologo Dmitrij Medvedev. Nell’ottobre 2012, allo sfidante Mitt Romney che dichiarava di considerare l’ex Urss il principale rivale degli Stati Uniti, il presidente ricordava sarcasticamente che gli anni Ottanta erano finiti da un pezzo [7].

Non immaginava Barack che pochi mesi più tardi una repentina serie di eventi avrebbe modificato la propria valutazione della congiuntura internazionale e conferito di nuovo alla Russia il ruolo di cattivo.

Nel 2013 furono l’asilo concesso da Putin al fuggitivo Edward Snowden e l’intervento del Cremlino per bloccare un teorico bombardamento americano sulla Siria [8] a provocarne la rabbiosa reazione. Nei mesi successivi la Casa Bianca ordinò di cavalcare l’offensiva che polacchi e baltici stavano realizzando in Ucraina per rovesciare il regime di Viktor Janukovy0. Il dipanarsi della rivolta di Jevromajdan consentì agli Stati Uniti di sottrarre il paese all’influenza russa, allontanare Berlino da Mosca e ribadire la propria leadership sull’Europa orientale. Per marcare la rinnovata sintonia con gli apparati, l’offensiva fu affidata al diplomatico di carriera Victoria Nuland e al direttore della Cia John Brennan.

Nonostante il successo della campagna ucraina, le capacità militari dimostrate dai «piccoli uomini verdi» nell’impeccabile invasione della Crimea e nell’aizzare la guerriglia nel Donbas, unite alla sbandierata volontà di Putin di respingere altre operazioni nel proprio estero vicino, persuasero ulteriormente la Casa Bianca e lo Stato profondo dell’opportunità di contrastare il rivale.

Così dal 2014 la Russia è tornata tra le priorità geopolitiche degli Stati Uniti. Come ai tempi della guerra fredda, oggi Washington intende strangolare l’Orso per indurlo a rinnegare le ambizioni revansciste e accettare lo status di potenza regionale. Magari innescando una (improbabile) congiura di palazzo che estrometta Putin dal potere. Simultaneamente gli Stati Uniti vogliono colpire la Germania, gelosi della speciale relazione che intrattiene con Mosca, e rilanciare il legame atlantico attraverso le sanzioni economiche approvate contro il Cremlino.

Ad animare l’afflato antirusso di Obama non sono solo motivazioni strategiche. A un anno dall’abdicazione, il presidente ha individuato nello scontro con Putin il dossier su cui costruire la sua eredità politica – non fosse altro perché le questioni cinese e mediorientale sono al momento difficilmente spendibili presso l’opinione pubblica [9].

La Russia si presta bene al ruolo di nemico designato: è autoritaria e militarista, non è legata agli Stati Uniti da sostanziali rapporti commerciali e manifesta apertamente le proprie ambizioni.
La Cina invece si smarca da ogni intervento militare all’estero, detiene la principale quota di debito pubblico americano e afferma di non voler puntare alla supremazia globale. Troppo complicato, almeno in questa fase, dipingerla quale Impero del Male. Al contrario, l’impietoso divario in termini di
soft power consente ai decisori statunitensi di dipingere la Russia come un paese all’offensiva, sebbene sia in palese postura difensiva. Con la propaganda d’Oltreoceano che, scomparsa l’ideologia comunista, ricorre a una reductio ad Hitlerum per denigrare lo zar Vladimir.

4. L’attuale contenimento ordito ai danni della Federazione Russa ricalca minuziosamente quello della guerra fredda, soltanto 1500 chilometri più a est. La linea di respingimento va dal Baltico alla Romania e, attraverso l’Anatolia, raggiunge il Caucaso e il Mar Caspio. Paesi chiave del progetto sono Polonia e Romania – cui Washington si propone di appaltare gran parte degli sforzi militari ed economici – e la Turchia, che dovrebbe consentire il transito verso l’Europa del gas irano-azero e sigillare il Bosforo in caso di conflitto nel Mar Nero.
Al momento la superpotenza ha dalla sua tutti i paesi collocati sul confine europeo della Russia, a esclusione di Bielorussia e Armenia. Mentre è in pieno svolgimento lo scontro per garantirsi il sostegno della Georgia, paese dilaniato da tendenze contrastanti, e soprattutto dell’Azerbaigian, provato dal crollo del prezzo del petrolio e storicamente refrattario a definitive scelte di campo. Oltre ad avere nefaste conseguenze psicologiche, l’accerchiamento obbliga il Cremlino ad aumentare la spesa bellica e a interrogarsi sulle reali intenzioni dei suoi interlocutori.
In un vortice che
già in passato, assieme al ribasso del barile, si è rivelato esiziale per il destino dell’Unione Sovietica.

 

Ad aggravare la posizione di Putin contribuisce poi l’assoluta regolarità della politica estera obamiana. Dopo aver sostenuto i ribelli sunniti nella rivolta contro Damasco, noncurante delle accuse di inefficacia rivoltegli, dal 2013 il presidente ha abbandonato la Siria al suo destino. Investendo altri dell’incombenza di risolvere la crisi e costringendoli a scontrarsi apertamente nel vuoto creato dal suo disimpegno.
Ne è scaturito l’intervento diretto di Mosca, pensato per puntellare al-Asad e aumentare il proprio potere negoziale sul fronte europeo. Uno sviluppo che Washington ha accolto con favore
10, perché potrebbe condurre all’impantanamento dell’avversario in Medio Oriente e perché consente al Pentagono di studiarne le accresciute capacità belliche. Il vertiginoso aumento dei costi militari e finanziari sostenuti dal Cremlino pare confermare il pronostico della superpotenza. In soli tre mesi la spesa stanziata da Putin per la guerra di Siria è più che raddoppiata, passando dagli iniziali 1,2 miliardi di dollari agli attuali 3 miliardi, con gli effettivi sul terreno che sono lievitati da duemila a circa cinquemila unità [11]. A fronte di modesti successi operativi, che al massimo garantiranno la sopravvivenza del regime baatista nella futura spartizione della Siria e che finora non hanno prodotto un allentamento della pressione sul quadrante europeo. «Visti i costi, di certo la Russia non potrà prolungare a lungo un tale sforzo bellico» [12], ha chiosato il vicesegretario di Stato Antony Blinken.
Per di più il dispiegamento militare voluto dal Cremlino ha causato lo spettacolare precipitare delle relazioni russo-turche, con grande beneficio per gli Stati Uniti. Giacché in seguito all’abbattimento del Sukhoj russo e al fallito tentativo di attrarre la Nato nella contesa,
Erdo?an è ora costretto a recuperare il complicato rapporto con Obama per ottenerne la protezione e probabilmente rinuncerà al completamento del gasdotto siberiano Turkish Stream, magari in favore del metano iraniano.

5. L’offensiva americana ai danni di Mosca è destinata a proseguire incessantemente anche nei prossimi anni. Ritrovato nella Russia il nemico perfetto, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di privarsene. Poco conta chi sarà il futuro presidente.
Nemmeno l’improbabile Donald Trump, che pure ha più volte esternato la propria ammirazione per Vladimir Putin, potrebbe modificare la rotta. Sia gli apparati, custodi dei propositi di lungo periodo della superpotenza, sia il Congresso, l’istituzione più potente del paese, sostengono lo sforzo antirusso. Un binomio che la Casa Bianca non può contrastare. Si spiega così l’annuncio che nel prossimo futuro il Pentagono stabilirà siti di stoccaggio per materiale bellico (
lilypads nel gergo di Donald Rumsfeld) in numerosi paesi dell’Europa orientale: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria [13]. Mentre l’influente senatore John McCain si sta battendo in sede parlamentare per rendere illegale perfino l’acquisto dei motori spaziali prodotti nell’ex Unione Sovietica [14]

Ad animare la russofobia di Washington sono ragioni strategiche, industriali, politiche e operative. Alla volontà di prevenire l’ascesa di un egemone russo-tedesco in Eurasia, si sommano le esigenze del complesso militare-industriale che drammatizza l’attuale congiuntura internazionale per ottenere dal Congresso finanziamenti e commesse.
Al riguardo vige la regola descritta dal libertario Ron Paul, per cui i grandi produttori bellici si costruiscono in laboratorio la minaccia maggiormente aderente ai loro interessi [
15]. In un periodo di tagli alla spesa, il solo spauracchio cinese non può bastare. Quindi a corroborare la risolutezza di presidente e parlamentari contribuisce il sentimento antirusso diffuso tra la popolazione statunitense, a sua volta scientificamente alimentato dalla propaganda governativa. Come palesato dall’ultimo sondaggio Gallup, per cui gli americani vedono in Mosca la principale insidia alla sicurezza nazionale [16]. Molto più grave di Pechino o P’y?ngyang.

Da ultimo – ma non per rilevanza – la Russia serve agli Stati Uniti per ottimizzare la propria politica estera. Per pensarsi coerenti e ricordarsi dei propri limiti. In nuce: per agire in una dimensione geopolitica. In realtà concentrarsi oltremodo sul Cremlino distoglie risorse preziose al contrasto dell’ascesa cinese. E Putin potrebbe sparigliare le carte alleandosi con Xi Jinping.
Ma la superpotenza non se ne cura. Non solo perché considera contro natura una possibile sintonia russo-cinese. Danneggiata nel periodo post-guerra fredda dalla propria erratica condotta, è ormai consapevole che necessita di un nemico corrispondente per restare incollata al mondo.

Sa che ha bisogno di un antagonista profondamente imperiale per mantenersi nella storia. Ed evitare, come accaduto a Rabbit Angstrom, di trovarsi nuovamente spersa al cospetto di se stessa.

APPENDICE

Kerry-Lavrov, nemici-amici

di Dario Fabbri

Il 28 febbraio 2014, mentre i piccoli uomini verdi prendono possesso della Crimea, uno spaesato John Kerry chiama al telefono l’omologo russo, Sergej Lavrov. «Sergej, cosa sta succedendo? Perché non mi hai detto delle vostre reali intenzioni?», chiede con tono inquisitorio. Dall’altro capo del filo, Lavrov prova a rincuorarlo. «Credimi John, non ti ho detto nulla perché si tratta di milizie locali. La Russia in questa storia non c’entra», risponde con fare accondiscendente. La ruvida realtà della geopolitica – segnata da costrizioni ed esigenze che impongono la rotta ad ogni nazione del globo – prescinde dalle interazioni tra capi di Sta- to e ministri. L’America sente di dover contenere la Russia affinché non domini il proprio estero vicino e si congiunga alla Germania. La Russia necessita di espandersi verso ovest per allontanare il proprio heartland dalla linea di difesa e assorbire tecnologia europea.

Finché gli Stati Uniti saranno una potenza globale e la Russia uno Stato sovrano lo scontro sarà inevitabile. Perfino se i due rivali si alleassero in funzione anticinese, Washington non potrebbe consentire a Mosca di ristabilire la propria influenza sullo spazio ex sovietico. Eppure Kerry e Lavrov sono riusciti negli anni a sviluppare un eccellente rapporto. Tra un bilaterale convocato d’emergenza a causa della crisi ucraina e una telefonata fiume trascorsa a dibattere di Siria, i due sono entrati in straordinaria confidenza. Come mai accaduto tra (ex) nemici della guerra fredda. Al punto da affrontare l’annessione della Crimea come se si trattasse di una questione personale.

Per visione del mondo e percorso professionale Kerry e Lavrov non potrebbero essere più distanti. Proveniente da una ricca famiglia del New England di origine austro-tedesche, Kerry (vero cognome Kohn) ha studiato nei migliori collegi privati d’America e in Svizzera, per poi intraprendere la carriera politica in seguito alla guerra del Vietnam. Fino a diventare senatore, candidato alla presidenza e segretario di Stato nella seconda amministrazione Obama. Figlio di padre armeno e madre russa della Georgia, Lavrov è invece un diplomatico di carriera che, formatosi all’Università Statale di Mosca per le Relazioni internazionali, è stato per dieci anni ambasciatore presso le Nazioni Unite ed è ministro degli Esteri dal lontano 2004. Kerry è fantasioso, affabulatore, gioviale. Lavrov è costante, istituzionale, cavilloso. Kerry spesso evade dal tracciato perché ha limitato accesso alla Casa Bianca e al pensiero geopolitico del presidente. Lavrov è sempre calibrato perché in contatto diretto con il Cremlino e intrinseco alla visione dello zar Vladimir. Kerry preferisce l’improvvisazione ai talking points. Lavrov misura ogni parola e si inchina al protocollo.

Prima di Kerry, Lavrov aveva avuto rapporti alquanto tesi con Condoleezza Rice e Hillary Clinton. Il 14 maggio 2006 al Waldorf Hotel di New York, in occasione di una cena tra i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, per oltre due ore Rice e Lavrov dibatterono con toni assai accesi delle sanzioni da applicare all’Iran, impedendo agli attoniti colleghi di cenare fino alle 23. «Questa discussione non va da nessuna parte»1, sbraitò la Rice smettendo di rispondere al russo. Il 6 febbraio 2012 Lavrov definì senza mezzi termini «isterica»2 la Clinton che lo accusava di doppiezza per aver bloccato la risoluzione con cui l’Onu imponeva ad al-Asad di lasciare il potere. Più empatico delle colleghe, John Kerry è immediatamente entrato in sintonia con il suo interlocutore. La scintilla è nata chiacchierando di hockey, sport di cui sono entrambi grandi appassionati. Ora comunicano in inglese senza interprete e si raccontano spesso anche le vicende delle rispettive famiglie. Kerry, che ha sognato a lungo di diventare capo della diplomazia Usa, ammira la preparazione del ministro russo, il quale a sua volta apprezza la capacità dell’americano di dedicarsi a battaglie (apparentemente) perse. Una complementarità intellettuale rivelatasi essenziale tra il 2013 e il 2015 – quando la Casa Bianca si rifiutava di dialogare con il Cremlino – per mantenere un canale di comunicazione tra governi. 

A settembre del 2013 sono Kerry e Lavrov che materialmente raggiungono un compromesso in merito all’arsenale di al-Asad. Obama non vuole intervenire nella guerra civile siriana ma si è maldestramente imposto una linea rossa, mentre Putin intende scongiurare un attacco statunitense contro Damasco. I presidenti non sanno come uscire dall’impasse. Finché il 9 settembre il segretario di Stato rilancia la proposta del Cremlino di eliminare tutte le armi non convenzionali del regime e il collega russo lo invita a parlarne a Ginevra. Cinque giorni dopo la provocazione di Mosca si tramuta in accordo formale3. La conferenza stampa congiunta indetta sull’argomento rivela per la prima volta la confidenza che si sta instaurando tra i ministri degli Esteri. A Kerry che segnala di non aver ascoltato la traduzione in inglese di una delle sue risposte, Lavrov garantisce davanti ai giornalisti che quanto detto è stato riportato correttamente. «Vuoi che ti creda sulla parola? È ancora presto non trovi?»4, ribatte il segretario di Stato tra l’ilarità generale.

L’inaspettato risultato diplomatico rinforza il legame, che durante il negoziato per il programma nucleare iraniano si cementa ulteriormente. Al momento di salutarsi prima della vacanze di Natale del 2013, Kerry annuncia che si sarebbe recato in Idaho per sciare e Lavrov gli rivela d’essere da sempre curioso di provare le famose patate del Gem State. Così il successivo 13 gennaio, a beneficio di telecamere, l’americano regala al collega due giganteschi tuberi dell’Idaho.

Nonostante la delusione manifestata da Kerry per l’operazione russa in Crimea e la rabbia di Mosca per il surrettizio intervento americano a Jevromajdan, neanche gli eventi ucraini riescono a scalfire l’affiatamento. Anzi, tra i due ministri si susseguono episodi di cordialità. Ben presto inaugurano la consuetudine di passeggiare insieme nei giardini di ambasciate e sedi governative per discutere degli argomenti più spinosi. Succede il 14 marzo 2014 nella residenza dell’ambasciatore statunitense a Londra, quando Kerry e Lavrov finiscono a parlare di Ucraina mentre prendono a calci un pallone5. Capita di nuovo il 14 ottobre nel parco dell’ambasciata Usa a Parigi, dove il segretario di Stato chiede (senza esito) al collega di garantirgli il sostegno dell’intelligence russa nel combattere lo Stato Islamico6. Nel frattempo le relazioni tra Russia e Stati Uniti si deteriorano drammaticamente, ma il 12 maggio del 2015 Lavrov si sdebita del precedente cadeau offrendo a Kerry una maglietta che celebra il giorno della vittoria e due cesti di pomodori e di patate coltivati in patria. Ancora lo scorso ottobre, mentre comincia la campagna militare russa in Siria, i due omologhi lavorano alacremente (con il supporto degli israeliani) alla realizzazione del cosiddetto deconflicting

Fino alla fase attuale in cui Kerry e Lavrov cercano di domare l’incendio siriano. Non curanti dell’evidente complessità della congiuntura mediorientale. Nelle parole del segretario di Stato: «Io e Sergej siamo giocatori di hockey e sappiamo che anche in diplomazia capitano collisioni occasionali»7. La loro intesa resta un inedito pressoché assoluto. Certo, per quanto resistente non riesce a incidere sulla fisiologica traiettoria delle relazioni bilaterali. Al riguardo intervengono imperativi geopolitici che neanche Casa Bianca e Cremlino riescono pienamente a maneggiare. Tuttavia l’insolito binomio – almeno per ora – impedisce il definitivo precipitare della situazione. Tiene in vita il dialogo tra le parti e disinnesca fraintendimenti accessori. Inoltre, sebbene non produca risultati concreti, è ormai considerato tanto dall’amministrazione americana quanto dal Cremlino un asset di cui servirsi per testare tattica e reazione altrui. Ne è fulgido esempio l’incontro tra Kerry e Putin tenutosi a Mosca lo scorso 15 dicembre. Dopo circa un’ora di summit, trascorsa a parlare di Siria, Iran, Ucraina, Europa, prima di accomiatarsi il presidente russo si è rivolto all’ospite usando il solito tono secco: «Grazie per l’utile confronto. Ora lavori pure con Sergej per trovare una soluzione».

1. J. UPDIKE, Rabbit, Run, New York 1960, Knopf.

2. J. UPDIKE, Rabbit at rest, New York 1990, Doubleday.

3. F. FUKUYAMA, The End of History and the Last Man, New York 1992, Free Press.

4. D. FABBRI, «In Georgia si è rischiata la terza guerra mondiale», Limes, «Grandi giochi nel Caucaso», n. 2/2014, pp. 183-190.

5. K. CHENEY, K.P. VOGEL, «Soros Regretted Supporting Obama in 2008, Clinton Emails Show», Politi- co, 31/12/2015.

6. J. ALLEN, A. PARNES, HRC-State Secrets and the Rebirth of Hillary Clinton, New York 2015, Broadway Books. Reynes dichiarò all’epoca di temere che per punizione la Clinton l’avrebbe spedito in Siberia.

7. M. ELDER, «Romney Talks up Russia’s Role as US foe as Obama Celebrates Political Successes», The Guardian, 22/10/2012.

8. D. FABBRI, «Il potere discreto degli obamians», Limes, «L’Iran torna in campo», n. 9/2013, pp. 91-98.

9. D. FABBRI, «Usa 2016: le diverse priorità di Obama e dello Stato profondo», Limesonline, 11/1/2016.

10. D. FABBRI, «Perché Obama apprezza la Russia in Siria», Limesonline, 2/10/2015.

11. I. ARKHIPOV, «Putin’s Quagmire in Syria Proves Obama Prescient», Bloomberg, 9/12/2015.

12. Citato in «Iranian Troops Abandoning Assad, Western Officials Say», The Chicago Tribune, 10/12/2015.

13. J. JUDSON, «Hodges: US Army to Bolster Equipment Caches in Europe Within a Year», Defense- News, 13/12/2015.

14. J. HERB, S.M. KIM, «McCain Furious over Russian Rocket Engine Provision», Politico, 16/12/2015.

15. «Ron Paul: US Military-Industrial Complex Needs Russia as an Enemy», Sputnik, 30/7/2015.

16. J. JONES, «Americans Increasingly See Russia as Threat, Top U.S. Enemy», Gallup, 16/2/2015.

1. P. SHERWELL, «Russia and US Trade Angry Words over Iran at UN Dinner», The Telegraph, 14/5/2006.

2. Citato in N. ASTRASHEUSKAYA, A.D. CARBONNEL, «Moscow Slams Western “Hysteria” over Its Syria Stance», Reuters, 6/2/2012.

3. D. FABBRI, «Il potere discreto degli Obamians», Limes, «L’Iran torna in campo», n. 9/2013, p. 98.

4. Citato in «Lavrov and Kerry Joke over Translation», BBC News, 12/9/2013.

5. «With Russian Minister, Kerry Kicks a Soccer Ball and Talks Ukraine», Npr, 14/3/2015.

6. D. FABBRI, «Umiliare la Russia: l’ultima missione dell’anatra zoppa», Limes, La Russia in guerra», n. 12/2014, p. 122.

7. Citato in D. HUGHES, «Kerry Compares Relations with Russia to “Collisions” in a Hockey Game», Abc News, 9/8/2013.

Pubblicato in: IL MONDO DI PUTIN - n°1 - 2016