LA MATRICE SOVIETICA DELLO STATO UCRAINO - Limes

L'Ucraina tra noi e Putin

Adriano Roccucci, Limes aprile 2014


Carta di Laura Canali - 2016

QUALCHE SETTIMANA PRIMA CHE I PRESIDENTI di Russia, Ucraina e Bielorussia si accordassero per firmare l’atto di scioglimento dell’Urss, e che alla fine di dicembre del 1991 la bandiera con la falce e il martello fosse sostituita dal tricolore russo sulle guglie del Cremlino, mentre a Kiev iniziava la storia dell’Ucraina sovrana e indipendente, i presidenti di Stati Uniti e Unione Sovietica ebbero una conversazione telefonica che sembra non avere perso la sua attualità:

«[George Bush] passò al tema dell’Ucraina. A lungo spiegò la sua posizione… M.S. [Mikhail Sergeevic Gorbacëv], a sua volta, gli ripeteva la sua concezione: “L’indipendenza non è la separazione”, e la separazione è “Jugoslavia” al quadrato, al decimo grado! Bush era molto prudente, ha assicurato due volte che non avrebbe fatto nulla che potesse mettere “Michael” [Gorbacëv] e il ‘Centro’ [il governo dell’Unione Sovietica] in una situazione imbarazzante. Una volta ha perfino detto: “Ostacolerebbe il processo di riunificazione dell’Unione”. Era evidente (ha detto che avrebbe telefonato anche a El’cin) che lo preoccupava particolarmente la possibilità di “processi violenti” a causa della Crimea, del Donbas… L’accenno di M.S. a questo problema è stato accompagnato dalla replica di Baker (lui, Scowcroft e Hewitt erano a dei telefoni paralleli): Sì, sì, è molto pericoloso… Evidente: Baker è più libero nei giudizi, meno soggetto alla pressione di lobbisti, più aperto! È finita con Bush che ha augurato a Michael successo nell’opera molto difficile “della riunificazione”» 1.

Gli auguri che il presidente degli Stati Uniti, Bush senior, rivolse a Gorbacëv in questa conversazione telefonica del 1° dicembre 1991, giorno del referendum sull’indipendenza dell’Ucraina, non si sono probabilmente ripetuti nella recente telefonata tra Barack Obama e Vladimir Putin. È presumibile, però, che nel loro colloquio siano risuonati gli stessi temi del dialogo sull’Ucraina tra i loro predecessori riportato nel diario del principale consigliere di politica estera dell’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, Anatolij Cernjaev: indipendenza e separazione, riunificazione, Crimea, Donbas, rischi di «processi violenti».

Il reciproco e fitto rinvio tra presente e passato che caratterizza l’attuale crisi ucraina è un nodo che non può essere eluso se ci si vuole misurare con il non semplice compito di provare a comprendere la complessità del processo in corso.


Verso la formazione di un’idea nazionale


L’avvento di una narrazione del passato ucraino di carattere patriottico a partire dalla fine degli anni Ottanta del XX secolo ha condotto alla definizione di un canone di «nazionalizzazione della storia» di carattere teleologico fondato sulla linearità della continuità storica della nazione ucraina dalla cultura preistorica di Tripol’e fino alla nascita dello Stato ucraino nel 1991. In tale paradigma il periodo sovietico rappresenta una fase di notevole ambiguità: per alcuni rottura della linearità, per altri elemento di continuità 2.

La nascita dell’Ucraina non era un destino predeterminato della storia, ma è stata il prodotto di processi e contingenze, quali si sono verificati prevalentemente nel corso del Novecento. In questo senso l’esperienza sovietica è stata l’officina che ha composto in un insieme geopolitico nuovo quel soggetto che noi oggi conosciamo come Ucraina. La convergenza di processi storici di più lungo periodo ha fornito i componenti che sono stati assemblati per la realizzazione del manufatto, che ha assunto una forma diversa dai disegni dei progettisti.

In seguito all’Unione di Lublino, che nel 1569 determinò la nascita del Commonwealth polacco, le terre meridionali abitate da slavi orientali ortodossi appartenenti alla Lituania, corrispondenti a una buona parte dei territori dell’odierna Ucraina, si congiunsero alla Galizia, anch’essa popolata da ortodossi, nell’ambito del Regno di Polonia. La formazione di un insieme di terre abitate da slavi orientali ortodossi nel contesto polacco e, insieme, l’avvio del processo di trasformazione della Moscovia in uno Stato di carattere imperiale, costituirono la fine dell’universo medievale della Rus’. Il mondo bizantino nell’ambito del Commonwealth acquisì una connotazione linguistico-culturale polacca. In tale ambito si determinò una frattura in seguito all’Unione di Brest (1596), che introdusse nel panorama religioso un nuovo protagonista con la formazione di una Chiesa bizantina unita alla sede romana. L’Unione di Brest fu percepita dai suoi oppositori come un tentativo di eliminare la Chiesa ortodossa. Il fattore religioso assunse un connotato geopolitico. A tale linea di divisione di carattere religioso-confessionale si sovrappose una scomposizione di carattere sociale, con l’ingresso nelle nuove terre orientali del regno di Polonia della nobiltà polacca, che acquisì posizioni di dominio economico, mentre la nobiltà slavo-orientale si polonizzava. Lungo tali fratture si configurò un conflitto di carattere geopolitico che condusse alla secessione delle terre più orientali abitate da cosacchi, rimasti fedeli all’ortodossia, che dapprima si allearono con la Moscovia nel 1654, per essere poi assorbiti dallo Stato russo, che estese i suoi possedimenti a ovest fino al Dnepr e alla città di Kiev. L’Ucraina della riva sinistra del Dnepr entrava nell’orbita russa. Le élite ucraine, più colte di quelle moscovite, iniziarono a svolgere la funzione fondamentale di veicolare idee, conoscenze, saperi dell’universo culturale europeo, che in ambito religioso e politico ebbero una rilevanza decisiva per il mondo russo.

Negli ultimi decenni del XVIII secolo, dopo la conquista russa della Crimea, le regioni costiere, che affacciano sul Mar di Azov e sul Mar Nero, vennero colonizzate dall’impero degli zar: nasceva la Nuova Russia, corrispondente all’attuale Ucraina meridionale, con capitale Odessa, fondata alla fine del Settecento. Con le partizioni della Polonia nel 1772, 1793 e 1795 fu assegnata all’impero russo l’Ucraina di riva destra (regione di Kiev, Volinia, Podolia), in cui il 10% della popolazione era costituito da polacchi, soprattutto nobili. L’egemonia culturale e sociale polacca su queste regioni durò per quasi tutto il XIX secolo. Come ha notato Timothy Snyder, «questi territori della riva destra, dove generalmente la nobiltà era polacca, furono assenti dalla nozione russa di “Ucraina” per buona parte dell’Ottocento. Per i russi l’Ucraina era piuttosto la riva sinistra, assorbita dall’impero nel 1667» 3.

Il cambiamento di registro della politica nazionale nell’impero russo dopo la guerra di Crimea e soprattutto dopo l’insurrezione polacca del 1863, con l’introduzione di politiche di russificazione, determinò la formazione di un movimento nazionale ucraino nelle terre della riva sinistra con centro a Kiev. I primi circoli culturali di orientamento patriottico erano stati attivi tra il 1820 e il 1830 presso l’università di Kharkiv, dove era stata per la prima volta elaborata l’idea di una connessione tra cultura ucraina e terra ucraina. Nella seconda metà dell’Ottocento, con i decreti di Valuev (1863), con cui si negava l’esistenza di una lingua ucraina, e di Ems (1876), che proibiva la pubblicazione e l’importazione di libri in ucraino, si operava la saldatura tra questione linguistica e questione nazionale che veniva a caratterizzare la contrapposizione tra l’idea nazionale ucraina e quella russa. Quest’ultima considerava tutti gli slavi orientali all’interno di un’unica nazione russa, composta da grandi russi (i russi), piccoli russi (gli ucraini) e russi bianchi (i bielorussi).

Tuttavia una moderna idea nazionale ucraina di contenuto geopolitico si venne precisando nei territori che le partizioni della Polonia avevano attribuito all’impero austriaco, ovvero nella Galizia orientale. Si trattava di uno spazio in cui a una maggioranza contadina ucraina (nell’ultimo quarto del XIX secolo, il 65%) facevano fronte le cospicue minoranze polacca (22%) ed ebraica (12%). La politica imperiale aveva favorito lo sviluppo della Chiesa greco-cattolica, ma in un contesto in cui l’egemonia culturale polacca era ancora sensibile. Le celebrazioni dell’elevazione della sede episcopale greco-cattolica di Leopoli, capitale della Galizia orientale, a sede metropolitana nel 1808 furono in lingua polacca. La lealtà del clero greco-cattolico alla cultura polacca cominciò a incrinarsi con la rivoluzione del 1848, quando si palesò la divergenza di interessi sociali tra la nobiltà polacca e i fedeli, contadini ucraini.

La maturazione della coscienza nazionale ucraina, in cui la Chiesa greco-cattolica giocò un ruolo di primo piano, avvenne in un contesto di antagonismo crescente con i polacchi e condusse all’elaborazione attorno al 1890 dell’idea di una nazione ucraina divisa tra Austria e Russia che aspirava legittimamente alla formazione di uno Stato nazionale. L’idea nazionale fu elaborata secondo un paradigma populista che ebbe il suo principale ispiratore nello storico dell’Università di Kiev Mykhajlo Hruševs’kyj, stabilitosi a Leopoli nel 1894: i popoli sono gli attori della storia ed è il popolo a essere l’elemento costitutivo della nazione; quindi «se l’Ucraina era il suo popolo, uno Stato ucraino si sarebbe esteso ovunque esso fosse» 4.

L’impatto della Grande Guerra e degli eventi rivoluzionari del 1917 in Russia sul quadrante ucraino condusse alla proclamazione e alla travagliata esistenza di due formazioni statali ucraine: la Repubblica Popolare Ucraina fondata a Kiev nel novembre del 1917 e definitivamente sbaragliata dall’Armata rossa nel 1920, e la Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale con capitale Leopoli. Questa città, a maggioranza polacca (52%), era considerata dalle classi dirigenti e dall’opinione pubblica della nuova Polonia una città polacca cui Varsavia non avrebbe mai potuto rinunciare. Lo Stato ucraino basato in Galizia, proclamato nell’ottobre 1918, fu liquidato dall’esercito polacco nell’aprile del 1919: si rafforzava la convinzione tra gli ucraini galiziani che i polacchi fossero il principale nemico dell’Ucraina. Alla Polonia, con la firma del trattato di Riga nel marzo 1921, che metteva fine alla guerra russo-polacca, andavano peraltro la Galizia e gran parte della Volinia.


Bolscevichi e Ucraina


La conseguenza più importante per la causa nazionale ucraina delle trasformazioni avvenute tra il 1917 e il 1921 fu la nascita di una Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina al momento della costituzione nel 1922 di un nuovo Stato plurinazionale di carattere federale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss). La nuova compagine statale organizzava il territorio sulla base del principio nazionale, identificato su base linguistica, come criterio di definizione delle repubbliche che formavano l’Unione (alla sua fondazione esse erano Russia – a sua volta costituita come repubblica federale – Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia). Seguirono le politiche di indigenizzazione, volte a sostenere il gruppo etnico titolare delle varie repubbliche, che hanno fatto parlare Terry Martin di «Soviet Affirmative Action Empire» 5. Il potere bolscevico, oltre a connettere il principio nazionale a un territorio, favoriva anche la formazione di una classe dirigente locale nonché la diffusione della cultura nazionale. Questa linea politica venne interrotta da Stalin negli anni Trenta, quando anzi furono lanciate campagne antinazionali nelle diverse repubbliche. In tutti questi passaggi l’Ucraina ha avuto un ruolo centrale, «sia di per se stessa che come perno della questione nazionale, nella storia sovietica in ciascuno dei suoi tornanti decisivi» 6.

L’attenzione alla questione ucraina da parte del centro sovietico mostrava una certa ambivalenza. Da una parte si promuovevano identità e protagonismo ucraini, dall’altro si davano segnali inequivocabili di segno opposto, più in linea con la tradizione imperiale. Nel dicembre 1917 Lenin e Stalin, allora commissario alle nazionalità, avevano deciso la prima operazione militare del nuovo governo bolscevico proprio contro la Repubblica Popolare Ucraina per contrastarne le spinte separatiste. L’invasione avvenne a seguito di un ultimatum, dopo che un governo fantoccio formato a Kharkiv ad opera di bolscevichi scappati da Kiev aveva rivolto a Pietrogrado una richiesta di aiuto. L’operazione militare in Ucraina segnò l’inizio della guerra civile e costituì anche la prima chiara manifestazione della propensione imperiale del centro bolscevico.

L’architettura territoriale e istituzionale sovietica comportava la valorizzazione dei confini interni tra le varie unità territoriali, sia perché essi svolgevano la funzione delicata di delimitazione degli spazi etnici, insita allo stesso sistema di organizzazione del territorio, sia perché essi avevano potenzialmente la valenza di futuri confini interstatali, come si sarebbe verificato al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel 1924 si ebbe un processo di revisione dei confini della Repubblica Ucraina, in seguito alla richiesta del kraj del Caucaso settentrionale di espandersi ad alcuni territori nella regione del Don appartenenti all’Ucraina. Una commissione fu istituita dal Politbjuro. Alle motivazioni dei rappresentanti del Caucaso settentrionale, che poggiavano su argomentazioni relative all’orientamento economico della regione, i rappresentanti ucraini replicavano con considerazioni sulla composizione etnica dei territori contesi. Fu l’unico caso di revisione territoriale che si risolse con un vantaggio a favore della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. I leader ucraini a loro volta sollevarono la questione di zone all’interno delle regioni di Voronež, Kursk e Brjansk in Russia e di Homel’ in Bielorussia, dove la maggioranza della popolazione era ucraina, per le quali richiedevano una revisione territoriale. Secondo il censimento del 1926 nella Repubblica Russa vivevano quasi otto milioni di ucraini. Il ricorso a motivazioni etnografiche era ricorrente per i dirigenti ucraini. La questione lingui­stica costituiva il perno delle argomentazioni a favore o contro la richiesta degli ucraini, che ebbero una relativa e modesta soddisfazione con l’acquisizione di soli tre distretti 7. Nel febbraio 1929 una delegazione di scrittori ucraini, a Mosca per un festival della cultura ucraina, durante un incontro con Stalin sollevò la questione dei confini dell’Ucraina: «Noi abbiamo discusso la questione alcune volte», rispose Stalin, «noi spesso cambiamo i nostri confini, troppo spesso, troppo spesso cambiamo i nostri confini. Ciò provoca una cattiva impressione all’interno del paese. (…) Internamente noi dobbiamo essere particolarmente prudenti, perché tali cambiamenti provocano enormi resistenze da parte di alcuni russi. Occorre considerare questo fattore. (…) Ogni volta che discutiamo tale questione, la gente comincia a ringhiare che milioni di russi in Ucraina vengono oppressi, che essi non possono usare la loro lingua nativa, che vengono ucrainizzati con la forza e così via» 8.

Se la risposta di Stalin manifesta la permanenza di motivi ricorrenti nelle rivendicazioni di parte russa nei confronti della situazione delle relazioni interetniche in Ucraina, il prosieguo della conversazione con gli scrittori è emblematico di come il leader sovietico prestasse grande attenzione alla questione ucraina. «Come vanno le cose in Galizia?», chiese ai suoi ospiti ucraini, ai quali ricordò che la Galizia prima della rivoluzione era stata il centro culturale e politico del movimento ucraino: «Adesso l’egemonia è nelle nostre mani?», aggiunse Stalin. E alla domanda se l’ucraino parlato nella repubblica sovietica fosse inteso dai galiziani, uno degli scrittori rispose, interpretando i piani del segretario generale: «Può unire la Galizia all’Ucraina: essi ci capiranno» 9. La questione ucraina presentava una precisa valenza geopolitica esterna: il territorio di quella repubblica proiettava l’Unione Sovietica verso l’Europa, da dove si pensava che sarebbero potute provenire le principali minacce per il governo sovietico. In Polonia, ritenuta ostile e con la quale era stata combattuta da poco una guerra, era presente una compatta e combattiva minoranza ucraina, le cui rivendicazioni costituivano uno degli elementi di maggior difficoltà per il governo di Varsavia. Nella questione ucraina era insita una partita geopolitica di posizionamento di Mosca nei confronti dell’Europa, sia da un punto di vista politico che strategico-militare, che infine culturale e religioso.

La politica di indigenizzazione aveva favorito il consolidamento alla guida della Repubblica Ucraina di una leadership nazionalcomunista che aveva realizzato un importante programma di ucrainizzazione della società. Mentre in Polonia le autorità di Varsavia sviluppavano una politica assimilazionista nei confronti degli ucraini di Galizia e Volinia, la politica sovietica contribuiva alla formazione di un cultura ucraina moderna. L’ex presidente della Repubblica socialdemocratica geor­giana, Noj Žordanija, dal suo esilio francese rilevò il ruolo dei bolscevichi nel favorire il processo di formazione nazionale: «Dal punto di vista delle relazioni nazionali i bolscevichi hanno fatto progredire le nazioni senza storia ponendole sulla strada della rinascita. Per esempio l’Ucraina è stata creata sotto i nostri occhi» 10.

La «grande svolta» del 1929, con la fine della Nep e l’inizio della campagna per la collettivizzazione delle campagne e la liquidazione dei kulaki, segnò anche il tornante che nella politica nazionale condusse all’abbandono dell’opzione a favore della indigenizzazione. In Ucraina tale svolta si realizzò nel quadro dell’attacco violento sferrato dal governo bolscevico alle campagne che generò la carestia del 1932-33, il Holodomor, con quasi 3,5 milioni di vittime. Il mix di collettivizzazione, deportazioni, carestia e politiche repressive nei confronti dei contadini affamati brutalizzò e destrutturò definitivamente il tradizionale tessuto delle campagne dell’Ucraina centrale e orientale. L’intreccio tra questione contadina e questione nazionale era fondamentale in un contesto come quello ucraino, dove, nonostante i successi delle politiche di ucrainizzazione delle città negli anni Venti, erano le campagne a essere prevalentemente popolate da ucraini, mentre nei centri urbani, soprattutto quelli più grandi, essi erano in minoranza rispetto alle componenti russe, ebraiche e in alcune città anche polacche.

Nel 1933-34 il gruppo dirigente nazionalcomunista della Repubblica e le élite ucraine furono sottoposte a dure repressioni che privarono il movimento nazionale dei suoi quadri. Il governo sovietico, pur secondo il nuovo registro centralista dell’«unità e fratellanza dei popoli» che aveva sostituito la linea dell’indigenizzazione, non rinunciò però a dare una sua interpretazione del processo di costruzione nazionale della Repubblica Ucraina. Lo spostamento della capitale da Kharkiv a Kiev nel 1934, l’attenzione all’elemento anche culturale e linguistico ucraino da parte della nuova dirigenza sovietica della Repubblica – nel 1939 il 125° anniversario della nascita del poeta nazionale Taras Ševcenko fu celebrato con grande solennità – erano segnali della prosecuzione di una linea di ucrainizzazione, sebbene di carattere diverso da quella precedente. Da un punto di vista politico-amministrativo l’attenzione al carattere ucraino della Repubblica era conservata: sebbene nel 1938 a capo del partito ucraino Stalin avesse messo un russo, Nikita Khrušcëv, si nominavano generalmente quadri dirigenti di origine ucraina, ma si favoriva la loro integrazione nella cultura russo-sovietica. Da un punto di vista nazional-culturale, invece, il processo di ucrainizzazione si bloccò e «si cristallizzarono due sfere linguistiche di cui quella russa, che s’identificava con il distacco dalle campagne, riacquistò una netta preminenza» 11: si continuavano a pubblicare libri e giornali in ucraino, quantunque in misura minore di prima, ma il russo aveva consolidato lo status di lingua della promozione sociale e intellettuale, nonché della supremazia politica. In questo contesto il nemico prin­cipale non era più lo «sciovinismo di grande potenza», grande russo, indicato da Lenin, ma sempre più il nazionalismo ucraino.


Reductio ad unum

Mentre negli anni Trenta l’Ucraina centrale e quella orientale furono travolte dalla carestia e dalle ondate repressive, con la conseguenza di una lacerazione per molti versi irrimediabile del tessuto della società, in Galizia, allora sotto la Polonia, il movimento nazionale ucraino ebbe la possibilità di sviluppare l’idea nazionale ucraina, soprattutto nel contesto di un confronto serrato con l’egemonia polacca su quelle regioni.

Gli ucraini anche a occidente si trovavano a dover misurarsi con tessuti nazionali non omogenei, compositi. Ludwig von Mises, il grande economista austriaco nato a Leopoli, propose subito dopo la prima guerra mondiale una definizione di Europa orientale, su cui ha opportunamente richiamato l’attenzione Andrea Graziosi, come «insieme di territori plurilingui nei quali (…) si erano instaurati legami particolari tra arretratezza, (…) nazionalità e tipo di nazionalismo, costruzione statale, tentativi di modernizzazione e produzione ideologica» 12. Territori di frontiera fra culture, religioni, Stati, civiltà. Frontiere spesso mobili, e non solo quelle politiche, con tante zone di meticciato e coabitazione. Territori in cui per secoli hanno vissuto insieme popolazioni di lingua, cultura, religione diverse, nelle stesse regioni, nelle stesse città e soprattutto, più spesso, negli stessi villaggi nel quadro di società rurali. Territori plurali le cui città hanno una molteplicità di nomi. È un fenomeno emblematico dovuto al succedersi di differenti dominazioni, ma anche alla compresenza nella stessa città di diverse nazionalità, nella cui cultura quella città aveva acquistato un posto. È il caso di Leopoli, per usare la denominazione latina, L’viv per gli ucraini, Lwów per i polacchi, L’vov per i russi, Lemberg per i tedeschi, Lvuv per gli ebrei; o quello, in Bucovina settentrionale, oggi in Ucraina, di Czernowitz per i tedeschi, Cernauti per i romeni, Tshernevits/ Tshernovits per gli ebrei, Czerniowce per i polacchi, Cernovcy per i russi, Cernivci per gli ucraini, patria di tanti scrittori significativi fra XIX e XX secolo, come Paul Celan, Gregor von Rezzori o Karl Emil Franzos.

Le città più delle campagne erano espressione di questo mondo plurale. Di Czernowitz Franzos scriveva: «Chi attraversa questa città si trova davanti agli occhi immagini tanto straordinariamente differenti e variopinte da chiedersi stupito se quella che sta attraversando sia sempre la medesima città. Oriente e Occidente, Nord e Sud e ogni singola cultura della terra sono riuniti qui» 13. «Una città policroma, nella quale si compenetravano il patrimonio culturale germanico, slavo, romanzo ed ebraico», così la definiva Rose Ausländer, poetessa ebrea di lingua tedesca della Bucovina, che continuava: «Aveva una fisionomia particolare, un suo proprio incarnato. Sotto la superficie del dicibile affondavano le radici ampie e ramificate delle differenti culture, che si compenetravano sotto molteplici aspetti e che apportavano forza e linfa vitale alle fronde dell’albero della parola, alla creazione del suono e della parola. (…) È da questo barocco milieu linguistico, da questa sfera mistico-mitica che provengono poeti e scrittori tedeschi ed ebrei» 14.

Su questi territori, di cui la «policromia» culturale e la «barocca» varietà linguistica costituivano la cifra secolare, si è abbattuto il ciclone della seconda guerra mondiale, che in molti di essi ha svolto una funzione di omogeneizzazione traumatica della pluralità nazionale. Secondo Timothy Snyder, nelle regioni dell’Ucraina occidentale, fino al 1939 appartenenti alla Polonia, si realizzò negli anni del conflitto mondiale una vera e propria pulizia etnica 15. La prima vittima fu la popolazione ebraica, che costituiva una presenza qualificante dei centri urbani, investita dalla Shoà. Nel 1943 seguì un cruento confronto armato tra ucraini e polacchi, dapprima in Volinia e poi in Galizia. La decapitazione delle élite dei gruppi nazionali eliminate o deportate durante l’occupazione sovietica tra il 1939 e il 1941 e la brutalizzazione dei comportamenti indotta dalle pratiche di terrore e violenza durante l’occupazione tedesca, in modo particolare dalle azioni genocidarie nei confronti della popolazione ebraica e di quella rom, prepararono il terreno alle feroci violenze operate dalle unità dell’esercito insurrezionale ucraino (Upa) o dai partigiani polacchi, che combatterono una vera e propria guerra all’interno del più ampio conflitto, la quale provocò circa centomila vittime, in gran parte polacchi, a cui vanno aggiunti i polacchi che abbandonarono la Volinia, stimati tra i 200 mila e i 300 mila. Dopo che l’Armata rossa ebbe riconquistato i territori dell’Ucraina occidentale si aprì un cruento conflitto tra esercito e polizia politica sovietica, da una parte, e combattenti dell’Upa dall’altra, che si protrasse fino ai primi anni Cinquanta e fu accompagnato da misure repressive applicate massicciamente nei confronti degli ucraini di quelle regioni.

Tuttavia la carta dell’idea nazionale ucraina fu giocata anche dai sovietici. Quando nel 1939 occuparono la Galizia, nella propaganda comunista i motivi della riunione dei fratelli dello stesso sangue, o dell’unificazione di un’antica terra ucraina, erano prevalenti. Durante la guerra Khrušcëv, a capo del partito ucraino, ricorse alla retorica patriottica del «grande popolo ucraino». La scelta di Stalin, alla frontiera occidentale dell’Unione Sovietica quale si veniva delineando alla fine della guerra, fu a favore di una maggiore omogeneità etnica dei territori. Da una parte la Polonia doveva formarsi come uno Stato nazionale più compatto di quello che si era stabilito tra le due guerre; dall’altra la Galizia doveva venire a costituire l’Ucraina occidentale all’interno della Repubblica Sovietica Ucraina. A tal fine Unione Sovietica e Polonia si accordarono su uno scambio di popolazione definita secondo parametri nazionali. I polacchi della Galizia – la gran parte di quelli di Volinia era fuggita prima dell’arrivo dei sovietici in seguito alle violenze dell’Upa – furono spostati in Polonia, mentre gli ucraini che vivevano in Polonia, soprattutto nella Galizia occidentale, furono trasferiti in Unione Sovietica. Le deportazioni di popolazione in questo caso non ebbero per Stalin una finalità punitiva, ma quella di sostenere processi di costruzione di nazioni. In questo senso i sovietici portarono a compimento in Volinia e in Galizia quello che era il progetto del nazionalismo ucraino, ovvero la ridefinizione etnica di quei territori, nel senso di una loro ucrainizzazione. Era stato raggiunto uno degli obiettivi di Stalin, quello di stabilire una frontiera etnografica tra Repubblica Sovietica Ucraina e Polonia. Dei 350 mila polacchi che vivevano in Volinia nel 1939, nel 1947 ne rimanevano forse 7 mila; in Galizia ne erano rimasti 150 mila rispetto a 1 milione e 800 mila prima della guerra.


La grande Ucraina


Negli ultimi mesi della guerra, la politica di Stalin condusse al raggruppamento dei territori abitati da popolazione ucraina nel quadro della Repubblica Sovietica Ucraina. Infatti egli volle unire all’Urss anche la Bucovina settentrionale, appartenuta all’impero asburgico e tra le due guerre alla Romania, e la Transcarpazia, legata storicamente alla corona ungherese e parte della Cecoslovacchia dopo la prima guerra mondiale. Altre due regioni abitate da ucraini, ma composite dal punto di vista nazionale, erano aggiunte alla Repubblica Sovietica Ucraina. Esse erano unite da Stalin «in una grande Ucraina che corrispondeva territorialmente ai sogni dei nazionalisti» 16.

Si veniva completando l’opera di assemblaggio delle diverse componenti che hanno formato l’Ucraina nel quadro dell’Unione Sovietica, e poi dal 1991 come Stato indipendente. Artefice principale di tale operazione era stato paradossalmente colui che si era distinto anche per essere stato il principale artefice di violenza sugli ucraini. Stalin, infatti, dapprima come commissario alle nazionalità, poi come leader sovietico, aveva condotto la regia di tale «raccolta delle terre ucraine». Nella sua prospettiva imperiale l’Ucraina costituiva un fondamentale territorio di proiezione verso occidente. L’inserimento della prospettiva nazionale ucraina nel particolare federalismo sovietico costituiva un asse portante del progetto geopolitico sovietico di controllo dello spazio imperiale russo, la cui tenuta era stata messa seriamente in crisi proprio dall’emergere delle questioni nazionali nella seconda metà del XIX secolo. Era stata proprio questa opzione strategica di carattere federale-imperiale della dirigenza bolscevica a consolidare il progetto nazionale ucraino attorno a una proiezione territoriale che si era andata allargando nel corso della vicenda sovietica, fino ad approdare a una sua variante maggiore.

Tale processo aveva assunto caratteristiche divergenti nelle diverse regioni, rispondendo a contesti geopolitici diversificati. All’Est si era caratterizzato per l’esclusione a vantaggio della Repubblica Russa di territori abitati da una maggioranza etnica di ucraini e contemporaneamente per un’opzione volta a favorire una maggiore diversificazione nazionale, con l’immissione di consistenti contingenti di popolazione etnicamente russa o con la decisione presa nel 1918 da Lenin di unire il Donbas all’Ucraina, imposta ai bolscevichi di quella regione mineraria, da loro considerata parte integrale della Russia. All’Ovest la tendenza era stata nel senso di un’ampia inclusione di territori nella Repubblica Ucraina, nonostante la loro composizione nazionale eterogenea, con il ricorso a operazioni di omogeneizzazione etnica, attraverso l’uso di scambi di popolazione e di deportazioni di minoranze verso gli Stati confinanti.

Le esigenze erano diverse. All’Est si trattava di rafforzare le connessioni che legavano l’Ucraina al centro dell’Unione attraverso il potenziamento dell’elemento russo, collante dell’edificio imperiale. All’Ovest invece occorreva supportare il vettore di espansione difensiva, secondo il paradigma di sicurezza della tradizione imperiale russa, cioè spostare in avanti i confini per allontanare il potenziale nemico. A questo fine le dinamiche di contrapposizione nazionale delle zone di frontiera inducevano a favorire il consolidamento della componente ucraina. Era questo un elemento che di per sé spingeva le regioni occidentali di frontiera a un ancoraggio rivolto verso est, verso il loro centro di gravità nazionale, la Repubblica Sovietica Ucraina, da saldare attraverso giunture resistenti al centro imperiale.

In epoca sovietica nei territori che sono entrati a far parte della Repubblica Sovietica Ucraina si è consumato un complesso gioco geopolitico. Su un tessuto variegato prodotto di stratificazioni secolari si sono sovrapposte nuove connessioni e sono intervenuti processi sovente ambivalenti. L’esito finale è stato la formazione di un insieme piuttosto composito di regioni differenti, con profili etnici eterogenei e con dinamiche diverse di trasformazione degli equilibri nazionali. D’altronde, pur nel quadro del disegno complessivo di unificare nella Repubblica Ucraina la gran parte dei territori sud-occidentali dello spazio sovietico – ne era esclusa dopo la seconda guerra mondiale la Bessarabia eretta a Repubblica Socialista Sovietica Moldava – per connetterli in questo modo al progetto di federalismo imperiale bolscevico, diversi erano stati i motivi che avevano determinato la convergenza dei differenti territori. Nel caso della Galizia e della Volinia erano prevalse ragioni di carattere etnico-nazionale, in quello della Transcarpazia, regione che permetteva all’Unione Sovietica di confinare direttamente con Ungheria e Cecoslovacchia, erano state prevalenti motivazioni di carattere strategico.

A complicare un assemblaggio che era stato già piuttosto macchinoso intervenne nel 1954 l’unificazione della Crimea all’Ucraina, che contraddiceva ogni considerazione di carattere nazionale data la composizione etnica della penisola, allora popolata prevalentemente da russi – ai tatari deportati da Stalin durante la guerra fu concesso di rientrare solo negli anni della perestrojka. In questo caso a motivare la decisione di Khrušcëv di donare la Crimea alla Repubblica Ucraina, oltre al contesto celebrativo del terzo centenario della riunificazione russo-ucraina – così era presentato il trattato di Perejaslav tra Bohdan Khmel’nyc’kyj e Mosca – e al desiderio dell’ex capo del partito ucraino di compensare l’Ucraina per i costi sostenuti durante la guerra, erano state probabilmente esigenze di tipo funzionale connesse al farraginoso sistema di gestione dell’economia sovietica. L’allacciamento della Crimea alla rete idrica dell’Ucraina, volto a sopperire alla cronica carenza di acqua della penisola, unitamente alla connessione con il sistema di distribuzione energetico, sollevava questioni di carattere gestionale e burocratico che avevano fatto maturare tra i dirigenti del Gosplan, l’organo che centralmente sopraintendeva alla pianificazione economica dell’Unione Sovietica, la proposta di annettere la penisola all’Ucraina.


Uno Stato nazionale regionale


Al momento dell’indipendenza, nel dicembre 1991, l’Ucraina costituiva un agglomerato composito, diversificato al suo interno, che aveva sperimentato le dinamiche di appartenere a un comune spazio nazionale, sebbene di tipo sovietico, di misurarsi con una capitale, Kiev, dotata di un ragguardevole patrimonio simbolico e storico. Il distacco da Mosca, ossia l’allentamento delle giunture che saldavano l’Ucraina al centro imperiale sovietico e che contribuivano anche a tenere unito l’insieme dei territori della Repubblica Ucraina, non poteva non generare contraccolpi, la cui conseguenza è stata quella di allargare le fessure dell’assemblaggio originario e renderle visibili.

La fessura che più delle altre richiama l’attenzione è quella che lungo una direttrice nord-sud traccia una divisione dell’Ucraina secondo un parametro etnicolinguistico dualistico tra una parte occidentale del paese di chiara identità nazionale ucraina e un’altra orientale caratterizzata da una più accentuata impronta russa. Tuttavia, le diversità interne all’Ucraina sono più complesse. L’esame del carattere composito dell’Ucraina conduce a considerare la peculiare caratteristica geopolitica del paese, che non si presenta, come ha osservato Peter W. Rodgers, quale «uno Stato nazionale nella comprensione classica del termine». La questione non è tanto quella della presenza al suo interno di numerose minoranze, quanto che «la maggioranza etnica titolare ucraina non costituisce una nazione unificata, omogenea e coerente» 17.

Il quadro geopolitico interno dell’Ucraina è caratterizzato da una molteplicità di fessure, alcune di carattere etnico-culturale, altre di carattere regionale, le quali non tendono a coincidere, ma piuttosto a intersecarsi. Lowell Barrington ha enfatizzato la maggiore rilevanza del fattore regionale rispetto a quello etnico o linguistico 18. Il paradigma regionale può rendere conto in maniera più congrua della complessità e della stratificazione storica dell’Ucraina. Elaborando uno schema di Barrington ed Erik Herron, Rodgers ha proposto un’articolazione della composizione dell’Ucraina in dieci regioni, che conserva la sua validità ermeneutica anche di fronte all’attuale crisi. Oltre alla Crimea, oggi riannessa de facto alla Russia, le regioni indicate sono:

1) Regione orientale. Corrisponde al Donbas con le due oblasti [regioni] di Donec’k e Luhans’k. Zona mineraria al confine con la Russia, presenta una spiccata identità regionale: «Esiste una specifica identità regionale nel Donbas, che è stata pesantemente condizionata dalla storia del suo sviluppo nell’Urss. Il Donbas nell’Urss fu la vetrina del socialismo» 19. L’operaio modello Stakhanov, eroe della mitologia sovietica, era un minatore del Donbas. Per questa regione modello il centro di riferimento politico ed economico era Mosca, mentre Kiev era solo un centro amministrativo. Tuttavia, sebbene la regione sia ampiamente russofona e una parte consistente della popolazione sia russa, l’identità regionale è stata tradizionalmente prevalente su quella nazionale russa. La popolazione è ortodossa.

2) Regione centro-orientale. È costituita dalle oblasti di Zaporižžja, Dnipropetrovs’k e Kharkiv. È una regione industrializzata con grandi città, ma anche con un settore agricolo importante. A differenza del Donbas, tra la popolazione ha una qualche diffusione un sentimento identitario ucraino. La popolazione è prevalentemente russofona e ortodossa.

3) Regione meridionale. Corrisponde a quella che storicamente è stata colonizzata come Nuova Russia, ovvero le terre costiere del Mar Nero annesse all’impero russo alla fine del XVIII secolo. Questa regione comprende le oblasti di Odessa, Mykolajiv e Kherson. Regione industrializzata, è stata meta di immigrazione russa nelle città, mentre nelle campagne hanno prevalso gli insediamenti di contadini ucraini. La popolazione è maggioritariamente russofona e ortodossa. Odessa, che ha una sua peculiare identità di città portuale e cosmopolita, con un’importante tradizione ebraica, presenta indicatori di russofonia più elevati.

4) Regione centro-settentrionale. Comprende le oblasti di Poltava, Kirovohrad, Cerkasy, Kiev, Cernihiv e Sumy. Storicamente questi territori hanno fatto parte quasi tutti del Commonwealth polacco e sono entrati nell’impero russo in seguito al processo innescato dal trattato di Perejaslav nel 1654. Pur essendo state annesse all’impero russo nello stesso periodo delle oblasti orientali, esse hanno mantenuto un profilo più ucraino. Infatti, zone prevalentemente agricole, senza risorse minerarie, sono state meno investite dai processi di industrializzazione. Tranne Kiev, nella regione non sono presenti grandi città, mentre la popolazione è in prevalenza rurale, etnicamente ucraina e ortodossa.

5) Regione centro-occidentale. Si estende alle oblasti di Žytomyr, Vinnycja, Khmel’nyckyj, Rivne. Si tratta di terre che fino alla fine del XVIII secolo sono state parte del Commonwealth polacco e in cui si sono registrati processi di polonizzazione. La popolazione è ucraina e prevalentemente ortodossa.

6) Volinia. La regione inserita nell’impero russo alla fine del Settecento, dopo la prima guerra mondiale in seguito al trattato di Riga è stata assegnata alla Polonia per diventare sovietica nel 1944. La popolazione è ucraina e ortodossa.

7) Regione occidentale. Coincide con la Galizia e le sue tre oblasti di Leopoli, Ternopil’ e Ivano-Frankivs’k. Il particolare itinerario storico che ha portato la regione prima nel Commonwealth polacco, poi nell’impero asburgico, nella Polonia tra le due guerre e infine nell’Unione Sovietica a partire dal 1944, ha delineato il profilo singolare della Galizia, abitata da una popolazione ucraina in maggioranza greco-cattolica.

8) Bucovina. La regione fino al 1918 è stata parte dell’impero asburgico, per poi entrare nella Romania, prima di diventare sovietica alla fine della seconda guerra mondiale. La popolazione slava è ucraina e prevalentemente ortodossa, ma rimane una significativa minoranza romena.

9) Transcarpazia. La regione, storicamente conosciuta come Rutenia subcarpatica, è stata parte dell’impero asburgico, per essere poi tra le due guerre mondiali assegnata alla Cecoslovacchia. Alla fine della seconda guerra mondiale è entrata nell’Unione Sovietica. La caratteristica peculiare della regione è la diversità etnica, con una significativa presenza ungherese accanto alla maggioranza slava, divisa in ucraini e ruteni, la cui identità si precisa in opposizione a quella ucraina. Sono presenti minoranze romene, rom, slovacche 20.

La realtà composita dell’Ucraina induce a privilegiare letture complesse e plurali del paese. In questo senso è opportuno rilevare come il dualismo russo-ucraino non possa essere in maniera semplificata assunto come unica chiave di lettura della realtà ucraina. La realtà dell’Ucraina indipendente è più complessa, articolata, sfumata. Tuttavia non si può negare che questa fessura esista e che nei momenti di crisi tenda ad allargarsi e a essere catalizzatrice di antagonismi e di conflittualità di origine diversa, ma che si riconfigurano secondo i connotati etnicolinguistici di questa contrapposizione binaria. La tensione Est-Ovest, costitutiva della stessa realtà geopolitica dell’Ucraina, innesca una dinamica geopolitica permanente nel paese, come all’inizio del Novecento intuiva Mykhajlo Hruševs’kyj: «In venti o trent’anni noi avremo davanti a noi due nazionalità su un’unica base etnografica. Questo sarebbe simile alla posizione dei serbi e dei croati, due parti di un unico gruppo etnico serbo diviso nelle sue circostanze politiche, culturali e religiose, con conseguente completa alienazione» 21.

Per alcuni studiosi questa dicotomia della realtà ucraina in realtà va letta nella prospettiva di una dualità che costituisce in qualche misura un carattere distintivo della stessa identità ucraina, per sua natura «biculturale e bilingue» 22. Vasilij Zen’kovskij, intellettuale ortodosso di Kiev, che ricoprì cariche governative nella Repubblica Popolare Ucraina per poi riparare in esilio a Parigi, ha scritto di una «dualità della coscienza nazionale ucraina» 23. Si tratta di percezioni che non corrispondono a quelle del movimento nazionale ucraino, forse nemmeno a quelle diffuse della popolazione, ma colgono come la questione del rapporto tra Ucraina e Russia sia sottile e profonda, e non possa essere ridotta solo a quella di una contrapposizione netta, rigida, marcata.

Roman Szporluk, studioso acuto della questione nazionale nella storia sovietica e della questione ucraina, ha messo in guardia dalla sottovalutazione del fattore russo nel processo di costruzione della nazione nel contesto dell’Ucraina indipendente: «Il progresso dell’Ucraina nella costruzione di una società civile culturalmente plurale dipende dalla capacità di mantenere la lealtà dell’elemento russo e specialmente di prevenire la politicizzazione di questo elemento come minoranza etnica. Questo sarebbe uno sviluppo particolarmente pericoloso perché potrebbe condurre a una frattura territoriale dell’Ucraina lungo linee jugoslave» 24.

La sfida che la storia dell’Ucraina, la sua realtà composita, prodotto di un processo di aggregazione di territori diversi compiutosi nel corso della vicenda sovietica, e l’ultima rivoluzione pongono con urgenza stringente è quella ancora una volta della capacità di costruire uno Stato nazionale atipico, che faccia della sua anomalia non un difetto ma un orientamento per poter mettere a punto un’idea nazionale in grado di abbracciare tutte le diversi componenti. Costruire la nazione e lo Stato nella differenza e non nella omogeneità. Per far questo occorre misurarsi con la realtà geopolitica che è fatta delle dinamiche dello spazio e della storia. Essa non rappresenta una gabbia, ma se ignorata si trasforma facilmente in una trappola.

1. A.S. CERNJAEV, Sovmestnyj iskhod. Dnevnik dvukh epokh. 1972-1991 gody (Esodo comune. Diario di due epoche. 1972-1991), Moskva 2010, Rosspen, p. 1029.

2. Si veda G. KASIANOV, «“Nationalized” History: Past Continuous, Present Perfect, Future…», in A Laboratory of Transnational History. Ukraine and Recent Ukrainian Historiography, a cura di G. K ASIANOV e PH. THER, Budapest-New York 2009, Ceu Press, pp. 7-23.

3. TH. SNYDER, The Reconstruction of Nations. Poland, Ukraine, Lithuania, Belarus, 1569-1999, New Haven-London 2003, Yale University Press, pp. 120-121.

4. Ivi, p. 132.

5. T. MARTIN, The Affirmative Action Empire. Nations and Nationalism in the Soviet Union, 1932-1939, Ithaca-London 2001, Cornell University Press.

6. A. GRAZIOSI, «Collectivisation, révoltes paysannes et politiques gouvernementales à travers les rapports du GPU d’Ukraine de février-mars 1930», Cahiers du Monde russe, 3, 1994, p. 438.

7. Cfr. F. HIRSCH, Empire of Nations. Ethnographic Knowledge & the Making of the Soviet Union, Ithaca-London 2005, Yale University Press, pp. 155-160.

8. Le parole di Stalin riportate dallo stenogramma dell’incontro sono citate in T. MARTIN, op. cit., pp. 280-281.


9. Ivi, p. 281.

10. A. GRAZIOSI, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, Bologna 2007, il Mulino, p. 224.

11. Ivi , p. 360.

12. A. GRAZIOSI, Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956, Bologna 2001, il Mulino, pp. 123-124. Cfr. L. MISES, Nation, Staat und Wirtschaft. Beiträge zur Politik und Geschichte der Zeit, Wien und Leipzig 1919, trad. it. di E. Grillo, Stato, nazione ed economia. Contributi alla politica e alla storia del nostro tempo, con un saggio di A. GRAZIOSI, Torino 1994, Bollati Boringhieri.

13. Le parole di Franzos sono citate nell’introduzione di S.M. MORALDO a K.E. FRANZOS, Racconti della Galizia e della Bucovina, a cura di S.M. MORALDO, trad. it. di E.I. Vegher, Roma 2002, Salerno ed., p. 9.

14. R. AUSLÄNDER, Erinnerungen an eine Stadt, in Id., Gesammelte Gedichte, Köln 1977, Braun, 1977, pp. 504-505, cit. in ivi , pp. 9-11.

15. TH. SNYDER, op. cit., pp. 154-178.


16. A. GRAZIOSI, L'Urss di Lenin e Stalin... cit., p. 549.

17. P.W. RODGERS, Nation, Region and History in Post-Communist Transitions. Identity Politics in Ukraine, 1991-2006 , Stuttgart 2008, Ibidem- Verlag, p. 33.

18. L. BARRINGTON, «Region, Language, and Nationality: Rethinking Support in Ukraine for Maintaining Distance from Russia», in Dilemmas of State-Led Nation Building in Ukraine, a cura di T. KUZIO, P. D’ANIERI, Westport, Ct 2002, pp. 131-146.

19. P.W. RODGERS, Nation, Region and History in Post-Communist Transitions... cit., p. 63.

20. Cfr. ivi, pp. 56-64. Si veda anche L.W. BARRINGTON, E.S. HERRON, «One Ukraine or many? Regionalism in Ukraine and its Political Consequences», Nationalities Papers, 32, 2004, pp. 53-86.

21. La citazione è riportata in R. SZPORLUK, Russia, Ukraine, and the Breakup of the Soviet Union, Stanford, Ca. 2000, Hoover Institution Press, p. 269.

22. G. NIVAT, «Kiev et Moscou: mythe ou héritage à partager?», Cahiers du Monde russe, XXXVI, 4, 1995, p. 479.

23. La citazione è riportata in S. MERLO, All'ombra delle cupole d'oro. La Chiesa di Kiev da Nicola II a Stalin (1905-1939), prefazione di R. MOROZZO DELLA ROCCA, Milano 2005, Guerini, p. 159.

24. R. SZPORLUK, op. cit., p. 321.