NIETZSCHE: FEDELTÀ ALLA TERRA E TRASMUTAZIONE DI TUTTI I VALORI

I

Nietzsche interprete del proprio destino

Critico spietato del passato e «inattuale» profeta del futuro, dissacratore dei valori tradizionali e propugnatore dell’uomo che deve ancora venire, Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu ben consapevole del suo destino:

Una verità che entra in lotta con la menzogna dei millenni Io conosco la mia sorte. Si legherà un giorno al mio nome il ricordo di una crisi, come non ce ne fu un’altra simile sulla terra, al più profondo conflitto di coscienza, a una decisione proclamata contro tutto ciò che sinora era stato creduto, richiesto, consacrato. Io non sono un uomo, sono una dinamite... Io contraddico come mai è stato contraddetto, e malgrado ciò sono l’antitesi di uno spirito negatore... Con tutto ciò sono necessariamente pure un uomo del destino. E infatti, se la verità entra in lotta con la menzogna di millenni, avremo tali scuotimenti, tali convulsioni di terremoto che mai erano state neppure sognate. Il concetto di politica è ora entrato completamente in una guerra tra spiriti, tutte le forme di dominio della vecchia società sono saltate in aria; esse riposano tutte sulla menzogna; ci saranno guerre come non ce ne sono state mai sulla terra. Solo da me comincia sulla terra la grande politica.

Nietzsche si interpreta come un uomo del destino, come colui che contraddice «come mai è stato contraddetto». Egli contraddice il positivismo e la sua fede nel fatto, e lo contraddice per la semplice ragione che

il fatto è sempre stupido e in ogni tempo è sempre somigliato più a un vitello che a un Dio.

Contraddice l’entusiasmo degli idealisti e degli storicisti per un senso evidente e progressivo della storia:

Il «progresso» è semplicemente un’idea moderna, cioè un’idea falsa.

Mina le pretese della verità delle scienze esatte. Contro tutti gli spiritualismi, proclama la morte di Dio. Dice che il cristianesimo «è un vizio», giacché

nulla è più malsano, in mezzo alla nostra malsana umanità, della compassione cristiana. [...] Paolo è stato il più grande di tutti gli apostoli della vendetta.

Contro la «morale degli schiavi», Nietzsche esalta «la morale degli aristocratici»: mentre tutta la morale aristocratica sorge da un trionfante dir di a se stessi, la morale degli schiavi dice fin dall’inizio a un altro, sostiene il filosofo, cioè a un «non se stesso». Quindi:

Trasvalutazione di tutti i valori!

Nietzsche è dunque uno spirito che contraddice. Ma lo è perché pensa di avere qualcosa di grande e di nuovo da annunciare:

Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! Sono avvelenatori, coscienti o incoscienti.

Sono spregiatori della vita, morituri, avvelenati essi stessi: la terra ne è stanca; ebbene, cacciateli per sempre!

Fedeltà alla terra; e, connesso a questo, un altro insegnamento:

Non cacciate più la testa nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre, che crea, essa, il senso della terra [...]. Il superuomo è il senso della terra! La vostra volontà proclami: il superuomo sia il senso della terra.

Il destino di Nietzsche fu quello di un profeta del nazismo?

La filosofia di Nietzsche si pone dunque come inversione delle idee filosofiche e dei valori morali tradizionali. Ebbene, la natura dei temi trattati, la forte volontà provocatoria che si irradia nelle direzioni più disparate, lo stile aforistico e, infine, alcune vicissitudini legate alla pubblicazione della Volontà di potenza e dell’Epistolario, hanno fatto sì che le interpretazioni di Nietzsche fossero le più disparate e controverse.

Così, di volta in volta, si è visto in Nietzsche l’antipositivista che demolisce la fiducia nella scienza, o l’antidemocratico che disprezza il popolo, la «plebe» e la nuova classe emergente; lo si è interpretato come il rappresentante più persuasivo dell’irrazionalismo e del vitalismo; ne è stata offerta, agli inizi del secolo, l’immagine di artista aristocratico e decadente (nel senso di D’Annunzio o di Gide); è stato presentato come deciso materialista; di lui si è detto che è stato il primo vero esistenzialista; è certo che ha anticipato, in più di un importante punto, Freud; si è analizzato il suo influsso sulle avanguardie artistiche degli anni Venti (espressionismo tedesco e surrealismo francese) a motivo della sua critica alla cultura borghese; e fuor di dubbio è che egli ha influito su uomini come Rilke e Thomas Mann. E c’è poi tutto un filone interpretativo che ha visto in Nietzsche il profeta del nazismo, della violenza militaristica e della superiorità della razza ariana.

Ora, non è qui il caso di sottoporre a critica queste e altre interpretazioni. Ma, mentre occorre dire che l’interpretazione decadentistica di Nietzsche è sbagliata per la ragione che Nietzsche vide nella vita una profonda e crudele tragedia, non possiamo non fermarci un istante sulle vicende che hanno portato (per esempio nel lavoro di Alfred Baeumler: Nietzsche, il filosofo e il politico, Lipsia, 1931) all’interpretazione di Nietzsche come «profeta del nazismo», interpretazione che, tra altri, Lukács ancora nel 1954 accetta nel suo libro La distruzione della ragione. In realtà, quel che è accaduto è che la sorella di Nietzsche, Elizabeth Förster-Nietzsche, custode gelosa dei manoscritti del fratello, spinta dall’idea di una palingenesi universale da affidare alla nazione tedesca, volle fare del fratello una guida spirituale di tale palingenesi. E con interventi arbitrari e tendenziosi sulle pagine manoscritte del fratello, pubblicò la Volontà di potenza, dove idee quali quella di «superuomo», di «volontà di potenza» ecc. – che nel contesto globale del pensiero di Nietzsche hanno ben altro significato – appaiono come negazione di ogni umanitarismo e della democrazia, e come i fondamenti teorici della politica più violenta e aggressiva, dello stato totalitario e della razza «pura dei superuomini».

Senonché (e questo è confermato anche dall’edizione autentica dei suoi scritti), una siffatta interpretazione del «superuomo» di Nietzsche come profeta del nazismo è esclusa dal contesto della sua filosofia: il superuomo non è il nazista, ma è il filosofo che annunzia una nuova umanità, una umanità che, liberandosi da antiche catene, va «al-di-là del bene e del male». E tra queste antiche catene Nietzsche annoverava anche l’idolatria dello Stato:

Contro gli idolatri dello Stato

«Stato» si chiama il più freddo di tutti i mostri.

È freddo anche nel mentire; e la menzogna ch’esce dalla sua bocca è questa: «Io, lo Stato, sono il popolo!».

 

Sulla terra nulla è di me più grande; io sono il dito di Dio – così rugge il mostro [...]. Lo Stato è là dove tutti, buoni e cattivi, si ubriacano di veleno: là dove tutti perdono se stessi: là dove il lento suicidio di tutti si chiama «vita».

Lo Stato è un idolo che puzza:

Il loro idolo male odora – il freddo mostro – e tutti puzzano, questi adoratori dell’idolo [...]. Fuggite il cattivo odore! Fuggite l’idolatria degli uomini inutili [...]. Solo là dove lo Stato cessa di esistere incomincia l’uomo non inutile.

Queste cose fa dire Nietzsche a Zarathustra. E nel saggio Schopenhauer come educatore leggiamo ancora:

Quindi subiamo [...] le conseguenze di quella dottrina predicata di recente da tutti i tetti, secondo cui il fine supremo dell’umanità sarebbe lo Stato e per un uomo non ci sarebbe più alto dovere del servire lo Stato: in ciò io non vedo una ricaduta nel paganesimo ma nella stupidità. [...] Lo Stato desidera che gli uomini possano idolatrarlo.

Ma, consiglia Nietzsche, «fuggite l’idolatria degli uomini inutili!» e ribadisce che «tutti puzzano, questi adoratori dell’idolo». Nel Crepuscolo degli idoli, inoltre, Nietzsche sostiene che «la cultura e lo Stato sono antagonisti».

La vita e le opere

Friedrich Nietzsche nasce il 15 ottobre 1844 a Röcken presso Lutzen. Studia filologia classica a Bonn e a Lipsia dove ha per maestro Friedrich Ritschl. A Lipsia legge Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, ed è questa una lettura destinata a lasciare nel suo pensiero una impronta decisiva.

Intanto, nel 1869, a soli ventiquattro anni, Nietzsche viene chiamato a ricoprire la cattedra di filologia classica all’Università di Basilea. Qui stringe amicizia con il famoso storico Jakob Burckhardt.

È di questo periodo l’incontro con Richard Wagner, che in quei giorni viveva con Cosima von Bülow a Triebschen sul Lago dei Quattro Cantoni. Nietzsche si converte alla causa di Wagner, che sente come «il suo insigne precursore sul campo di lotta», e collabora con lui all’organizzazione del teatro di Bayreuth.

Nel 1872 esce La nascita della tragedia. Il libro suscita violente polemiche e viene ferocemente attaccato da Wilamowitz-Moellendorff.

Tra il 1873 e il 1876 Nietzsche scrive le quattro Considerazioni inattuali. Nel frattempo, egli rompe con Wagner per motivi personali (Wagner è «un istrione» assetato di successo mondano) e per ragioni teoretiche (Wagner è tutt’altro che un rigeneratore della cultura). La testimonianza di tale rottura la troviamo in Umano, troppo umano (1878), dove l’autore prende le distanze anche dalla filosofia di Schopenhauer.

L’anno seguente, nel 1879, per ragioni di salute ma anche per cause più profonde (la filologia non era il suo «destino») si dimette dall’insegnamento e inizia il suo irrequieto pellegrinaggio da un luogo a un altro, tra la Svizzera, l’Italia e la Francia meridionale.

Nel 1881 pubblica Aurora dove prendono corpo le sue tesi fondamentali. Del 1882 è La gaia scienza, in cui il filosofo promette un nuovo destino per l’umanità. Questi due libri li scrive a Genova, dove ha anche l’occasione di ascoltare la Carmen di Bizet, di cui si entusiasma:

Qui parla un’altra sensualità, un’altra sensibilità, un’altra serenità. Questa musica è serena [...], essa ha su di sé la fatalità, la sua felicità è breve, improvvisa, senza remissione [...]. Anche quest’opera redime [...], con essa si prende congedo dall’umido Nord, da tutti i vapori dell’ideale wagneriano.

Sempre nel 1882 Nietzsche conosce Lou Salomé, una giovane russa di ventiquattro anni. La vuole sposare, ma Lou Salomé lo rifiuta e si unisce a Paul Rée, amico e discepolo di Nietzsche. Al fallimento del rapporto tra il filosofo e la giovane russa non fu estranea la sorella di Nietzsche, Elizabeth.

Nel 1883, a Rapallo, concepisce il suo capolavoro: Così parlò Zarathustra. L’opera fu ultimata, tra Roma e Nizza, due anni dopo. Nel 1886 dà alle stampe Al di là del bene e del male. La Genealogia della morale è del 1887 e l’anno successivo compone: Il caso Wagner, Il crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo. Dello stesso periodo è Nietzsche contra Wagner.

Pagine 24-25

Hans Johann Wilhelm Olde (1855-1917), Nietzsche ammalato. Weimar, Stiftung Weimarer Klassik und Kunstsammlungen

 

Legge Dostoevskij e intanto gli sembra di aver trovato una dimora soddisfacente a Torino, «la città che si è rivelata come la mia città».

A Torino lavora alla sua ultima opera, la Volontà di potenza, che però non riesce a portare a termine. Infatti, il 3 gennaio del 1889 viene colto da una crisi di follia in pubblico, gettandosi al collo di un cavallo che il padrone stava bastonando non lontano dalla sua abitazione torinese. Dapprima viene affidato alla madre e, morta costei, alla sorella.

Muore a Weimar, immerso nelle tenebre della pazzia, il 25 agosto del 1900, senza potersi rendere conto del successo che ormai stavano avendo quei libri che egli aveva fatto stampare a sue spese.

Certo, esistono anche in Nietzsche punti vulnerabili, e soprattutto la polemica aggressiva e acre in lui non sempre rende la dovuta giustizia ai suoi avversari. In ogni caso, dopo tanti anni dalla sua morte, è fuori di discussione il suo influsso non solo in letteratura, psicanalisi, estetica e filosofia, ma anche sulla riflessione morale e sulla filosofia della religione. È vero che un cristiano potrebbe rispondere a Nietzsche con le stesse parole che il giovane Nietzsche inviava, per lettera, a un suo amico:

Ma, mio caro, le visioni della vita non sono né create né annullate dalla logica! Io mi trovo bene in quest’aria, tu in un’altra. Rispetta il mio naso come io rispetto il tuo!

Questo è vero. Ma è altrettanto vero che un’etica seria e una fede consapevole non possono e non debbono evitare la prova del fuoco della sfida di Nietzsche.

Il dionisiaco, l’apollineo e il problema Socrate

A Lipsia Nietzsche legge Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer e ne rimane affascinato. Più tardi scriverà:

Trovai il libro nell’antiquariato del vecchio Rohn [...]; a casa mi gettai sul sofà [...] e lasciai che quel genio energico e tenebroso cominciasse ad agire su di me.

Le ragioni del fascino di Schopenhauer A ogni pagina: rinuncia, rifiuto, rassegnazione levavano alta la voce: avevo davanti a me uno specchio nel quale vidi [...] il mondo, la vita e il mio stesso animo. Qui, simile al sole, mi fissava il grande occhio dell’arte, staccato da tutto; qui io vedevo malattia e guarigione, esilio e rifugio, inferno e paradiso.

La vita, pensa Nietzsche sulla scia di Schopenhauer, è crudele e cieca irrazionalità, dolore e distruzione. Solo l’arte può offrire all’individuo la forza e la capacità di fronteggiare il dolore della vita, dicendo sì alla vita. E, ne La nascita della tragedia, che è del 1872, Nietzsche cerca di far vedere come la civiltà greca presocratica esploda in un vigoroso senso tragico che è accettazione ebbra della vita, coraggio dinanzi al fato, esaltazione dei valori vitali. L’arte tragica è un coraggioso e sublime dir sì alla vita. Con ciò Nietzsche rovescia l’immagine romantica della civiltà greca. Tuttavia, la Grecia di cui parla Nietzsche non è la Grecia della scultura classica e della filosofia di Socrate, Platone e Aristotele, ma è la Grecia dei presocratici (VI sec. a.C.), quella della tragedia antica in cui il coro era la parte essenziale, se non forse tutto.

Ebbene, il segreto di questo mondo greco Nietzsche lo individua nello spirito di Dioniso. Dioniso è l’immagine della forza istintiva e della salute, è ebbrezza creativa e passione sensuale, è il simbolo di un’umanità in pieno accordo con la natura. Accanto al dionisiaco, lo sviluppo dell’arte greca è legato, dice Nietzsche, all’apollineo, che è visione di sogno, tentativo di esprimere il senso delle cose nella misura e nella moderazione e che si esplicita in figure equilibrate e limpide:

La tragedia attica: altrettanto dionisiaca che apollinea Lo sviluppo dell’arte è legato alla dicotomia dell’apollineo e del dionisiaco, nel modo medesimo come la generazione viene dalla dualità dei sessi in continua contesa tra loro e in riconciliazione meramente periodica [...]. Sulle loro [dei greci] due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, è fondata la nostra teoria, che nel mondo greco esiste un enorme contrasto, enorme per l’origine e per il fine, tra l’arte figurativa, quella di Apollo, e l’arte non figurativa della musica, che è propriamente quella di Dioniso. I due istinti, tanto diversi tra loro, vanno l’uno accanto all’altro, per lo più in aperta discordia [...] fino a quando, in virtù di un miracolo metafisico della «volontà» ellenica, compaiono in ultimo accoppiati l’uno con l’altro, e in questo accoppiamento finale generano l’opera d’arte, altrettanto dionisiaca che apollinea, che è la tragedia attica.

Tuttavia, allorché con Euripide si tenta di eliminare dalla tragedia l’elemento dionisiaco a favore degli elementi morali e intellettualistici, allora la chiara luminosità nei confronti della vita si trasforma in superficialità sillogistica: sorge Socrate con la sua folle presunzione di capire e dominare la vita con la ragione e, con ciò, la vera decadenza:

Socrate e Platone sono sintomi del decadimento, gli strumenti della dissoluzione greca, gli pseudogreci, gli antigreci. [...] La dialettica può essere soltanto un’estrema risorsa nelle mani di chi non ha più armi [...]. Quel che si limita a lasciarsi dimostrare ha poco valore.

In che senso Socrate fu un equivoco I filosofi e i moralisti ingannano se stessi, credendo di uscire dalla décadence per il semplice fatto che muovono guerra contro di essa [...] quel che essi scelgono come rimedio, come àncora di salvezza, è esso stesso nient’altro che una nuova espressione della décadence; essi trasformano la sua espressione, ma non la eliminano. Socrate fu un equivoco: tutta quanta la morale del perfezionamento, anche quella cristiana, è stata un equivoco. La più cruda luce diurna, la razionalità a ogni costo, la vita chiara, prudente, cosciente, senza istinti, in contrasto agli istinti, era essa stessa soltanto una malattia diversa – e in nessun modo un ritorno alla «virtù», alla «salute», alla «felicità».

Socrate fu di fatto «a lungo malato». Fu ostile alla vita, «volle morire». Disse di no alla vita; ha aperto un’epoca di decadenza che schiaccia anche noi. Socrate ha combattuto il fascino dionisiaco. Tuttavia

il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniata o ostica o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo figliol prodigo, l’uomo. La terra getta di buon grado i suoi doni, e le belve rapaci delle rupi e dei deserti si avvicinano in pace. Il carro di Dioniso è coperto di fiori e ghirlande; la pantera e la tigre avanzano sotto il suo giogo. Si tramuti l’«inno alla gioia» di Beethoven in un quadro dipinto, e non si ponga freno alla propria immaginazione quando milioni di esseri vadano fremendo nella polvere, percossi dal prodigio: solo così possiamo approssimarci a ciò che è la fascinazione dionisiaca. Ecco che lo schiavo è libero, ecco che tutti infrangono le rigide, nemiche barriere, che il bisogno, l’arbitrio o «la moda insolente» hanno piantato tra gli uomini. Ecco che nel Vangelo dell’armonia universale ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma si sente fatto uno con lui, quasi che il velo di Maya fosse squarciato e svolazzato non più che in brandelli davanti al mistero dell’uno primigenio.

I fatti sono stupidi e la saturazione di storia è un pericolo

La nascita della tragedia fu scritta sotto l’influsso delle idee di Schopenhauer, ma anche delle idee wagneriane. In Wagner, infatti, Nietzsche scorgeva il prototipo dell’«artista tragico» destinato a rinnovare la cultura contemporanea. A Wagner egli dedica La nascita della tragedia, e alla fine della dedica scrive:

Io considero l’arte come il compito supremo e come l’attività metafisica propria della nostra vita, secondo il pensiero dell’uomo, al quale intendo dedicare quest’opera come al mio insigne precursore sul campo di lotta.

In ogni caso, appena uscita, l’opera di Nietzsche, benché difesa dallo stesso Wagner e da Erwin Rohde, fu violentemente attaccata, in nome della serietà della scienza filologica, dal grande filologo Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, il quale scrisse che «col Nietzsche apostolo e metafisico non intendo aver nulla da fare» e lo accusò di «ignoranza e scarso amor di verità».

Ma contro l’esaltazione della scienza e della storia Nietzsche scrive, tra il ’73 e il ’76, le Considerazioni inattuali. Qui il vecchio hegeliano David Friedrich Strauss, insieme a Feuerbach e a Comte, passa per l’incarnazione del filisteismo e della mediocrità: egli «autore di un vangelo da birreria» è l’uomo voluto e inventato da Socrate. Simultaneamente viene esaltato Schopenhauer come precorritore della nuova cultura «dionisiaca».

Ma qui Nietzsche combatte anche quella che chiama la saturazione di storia. Non che Nietzsche neghi l’importanza della storia. Egli piuttosto combatte l’idolatria del fatto, da una parte, e le illusioni storicistiche, dall’altra, con le implicazioni politiche che queste comportano.

a Innanzitutto, secondo Nietzsche, i fatti sono sempre stupidi: hanno bisogno dell’interprete, e per questo sono solo le teorie a essere intelligenti.

b In secondo luogo, chi crede nella potenza della storia «si farà esitante e insicuro, e non può credere in sé».

c E non credendo in sé, costui sarà – in terzo luogo – succube dell’esistente, «sia esso un governo, un’opinione pubblica, una maggioranza numerica»:

[In realtà,] se ogni successo contiene in sé una necessità razionale, se ogni evento è la vittoria del «logico» o dell’«idea» – ebbene, ci si inginocchi subito e si percorra inginocchiati tutta la scala dei «successi».

Sono precisamente tre gli atteggiamenti che Nietzsche distingue di fronte alla storia.

a C’è la storia monumentale, ed è la storia di chi cerca nel passato modelli e maestri in grado di soddisfare le sue aspirazioni.

b C’è la storia antiquaria ed è la storia di chi comprende il passato della propria città (i muri, le feste, le ordinanze municipali ecc.) come fondamento della vita presente; la storia antiquaria cerca e conserva i valori costitutivi stabili su cui si radica la vita presente.

c C’è, infine, la storia critica, e questa è la storia di chi guarda al passato con gli intenti del giudice che abbatte e condanna tutti quegli elementi che sono di ostacolo per la realizzazione dei propri valori. Quest’ultimo è stato l’atteggiamento di Nietzsche di fronte alla storia. E questa è la ragione per cui egli combatte l’eccesso o saturazione di storia:

da questo eccesso gli istinti del popolo vengono turbati, e al singolo non meno che alla totalità viene impedito di maturare; da questo eccesso viene istillata la credenza sempre dannosa nella vecchiaia dell’umanità, la credenza di essere frutti tardivi ed epigoni; per questo eccesso un’epoca cade nel pericoloso stato d’animo dell’ironia su se stessa, e da esso in quello più pericoloso ancora del cinismo.

Il distacco da Schopenhauer e da Wagner

Nel frattempo, però, Nietzsche veniva maturando il suo distacco da Schopenhauer e ancor più da Wagner. Tale distacco è testimoniato da opere come Umano, troppo umano, l’Aurora e La gaia scienza. Due sono i tipi di pessimismo: il primo è quello romantico, cioè «il pessimismo dei rinunciatari, dei falliti e dei vinti»; l’altro è quello di chi accetta la vita pur conoscendone la dolorosa tragicità.

E proprio in nome di quest’ultimo pessimismo Nietzsche rifiuta il primo, quello di Schopenhauer, che da ogni parte gronda rassegnazione e rinuncia, che è fuga dalla vita piuttosto che «volontà di tragicità». Egli, cioè Schopenhauer, è «null’altro che l’erede dell’interpretazione cristiana»:

Oh come diversamente parlò a me Dioniso! Oh, quanto era allora lungi da me proprio codesto spirito di rassegnazione!

D’altro canto, il distacco da Wagner fu per Nietzsche un evento ancor più significativo e doloroso. Nell’arte di Wagner egli aveva visto lo strumento della rigenerazione, ma presto dovette ammettere di essersi illuso. Leggiamo ne Il caso Wagner:

Wagner lusinga ogni istinto nichilistico(-buddhistico) e lo camuffa con la musica, blandisce ogni cristianità, ogni forma di espressione religiosa della décadence [...]. Tutto quanto sia mai allignato sul terreno della vita immiserita, tutta quanta la coniazione di monete false della trascendenza e del mondo ultraterreno ha nell’arte di Wagner la sua più sublime difesa.

Wagner è una malattia; «egli ammala tutto ciò che tocca – egli ha ammalato la musica». Wagner è «un genio istrionico»; egli «est une névrose».

L’allontanamento di Nietzsche dai suoi due grandi maestri ha significato per lui molto di più che lo svanire di un fascino e la rottura di un’amicizia. Ha voluto piuttosto dire allontanamento e distacco critico dal romanticismo con il suo falso pessimismo, con la rassegnazione e l’ascesi quasi cristiana di Schopenhauer, con la retorica di quel «romantico disperato divenuto marcio» che è Wagner.

Ha voluto dire distacco e critica di quelle pseudo-giustificazioni e di quei camuffamenti metafisici dell’uomo e della sua storia che sono l’idealismo (che crea un «antimondo»), il positivismo (la cui pretesa di ingabbiare in modo saldo la tanto vasta realtà nelle sue povere reti teoriche è ridicola e assurda), i redentorismi socialisti delle masse o attraverso le masse, e anche l’evoluzionismo, tra l’altro, più asserito che provato:

Le specie non crescono nella perfezione: i deboli tornano sempre di nuovo a soverchiare i forti [...]. Darwin ha dimenticato – questo è inglese – lo spirito, i deboli hanno più spirito.

In questo modo, Nietzsche pare innestare le proprie riflessioni su radici illuministiche, e in effetti è così. La sfiducia nelle metafisiche, l’apertura nei riguardi delle possibili «infinite» interpretazioni del mondo e della storia e quindi l’eliminazione dell’atteggiamento dogmatico, il riconoscimento del limite e della finitezza umana, la critica alla religione, sono tutti elementi che fanno dire a Nietzsche in Umano, troppo umano:

Possiamo portare avanti di nuovo la bandiera dell’illuminismo.

Ovviamente, questo illuminismo di Nietzsche che viene dopo il romanticismo sarà meno entusiastico e superficiale del vecchio illuminismo. Esso sarà piuttosto la lucida consapevolezza di una tragedia a cui si va incontro con un grido di sfida. Non si tratterà più, quindi, di quell’ottimismo superficiale che, nei confronti della vita, ha spesso caratterizzato gli illuministi; ma non si tratterà nemmeno della rassegnazione di Schopenhauer o dei falsi rimedi di Wagner.

L’annuncio della morte di Dio

La critica all’idealismo, all’evoluzionismo, al positivismo e al romanticismo non si arresta. Queste teorie sono cose «umane, troppo umane» che si presentano come verità eterne e assolute che occorre smascherare.

E qui Nietzsche va più in profondità, giacché proprio in nome dell’istinto dionisiaco, in nome di quel sano uomo greco del VI secolo a.C. «che ama la vita» e che è totalmente terrestre, da una parte annuncia «la morte di Dio», dall’altra conduce un attacco a fondo contro il cristianesimo, la cui vittoria sul mondo antico e sulla concezione greca dell’uomo ha avvelenato l’umanità, e dall’altra ancora va alla radice della morale tradizionale, ne fa la genealogia, e scopre che essa è la morale degli schiavi, dei deboli e dei vinti risentiti contro tutto ciò che è nobile, bello e aristocratico.

Ne La gaia scienza l’uomo pazzo annuncia agli uomini che Dio è morto.

Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso – io e voi. Noi siamo i suoi assassini!

La civiltà occidentale si è venuta via via, e per diverse ragioni, staccando da Dio: è così che l’ha ucciso. Ma «uccidendo» Dio, si eliminano tutti quei valori che sono stati a fondamento della nostra vita, e si perde di conseguenza ogni punto di riferimento:

Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole? Dove va essa, ora? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole? Non continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti? C’è ancora un alto e un basso? Non andiamo forse errando in un infinito nulla? [...] Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!

Abbiamo eliminato con il mondo del soprannaturale qualsiasi altro fundamentum inconcussum, ma ciò facendo abbiamo infranto anche la tavola di quei valori, di quegli ideali, a esso connessi. E così ci troviamo senza un punto di riferimento: Dio l’abbiamo ucciso e con lui è scomparso l’uomo vecchio, ma l’uomo nuovo non è ancora apparso. Dice il pazzo della Gaia scienza:

Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie degli uomini.

Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche

La morte di Dio è un fatto del quale non ce ne fu più grande. È un evento che divide la storia dell’umanità. Non la nascita di Cristo, ma la morte di Dio divide la storia dell’umanità:

chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa.

E questo evento, la morte di Dio, annunzia Zarathustra, il quale sulle ceneri di Dio innalzerà poi l’idea del superuomo, dell’uomo nuovo, impastato dell’ideale dionisiaco che «ama la vita» e che, voltando le spalle alle chimere del «cielo», tornerà alla sanità della «terra»:

Oh, fratelli miei – predica, dunque, Zarathustra –, quel Dio che io creai era folle opera d’un uomo, come sono tutti gli dèi [...].

La stanchezza, che d’un sol balzo – con un salto mortale – vorrebbe raggiungere il culmine, la povera stanchezza ignorante, che più non sa nemmeno volere: essa creò tutti gli dèi e il soprannaturale.

Coloro che predicano mondi soprannaturali sono «predicatori della morte», perché «morti son tutti gli dèi».

L’Anticristo, ovvero il cristianesimo come vizio

La morte di Dio è un evento cosmico, di cui gli uomini sono responsabili, e che li libera dalle catene di quel soprannaturale che essi stessi avevano creato. Parlando dei preti, Zarathustra afferma:

Mi fanno pena questi preti, [...] per me essi sono dei prigionieri e dei marchiati. Colui che essi chiamano redentore li caricò di ceppi. Di ceppi di falsi valori e di folli parole! Ah, se qualcuno potesse redimerli dal loro redentore!

Ebbene, proprio questo è lo scopo che Nietzsche vuol raggiungere con L’Anticristo, che è una «maledizione del cristianesimo».

Per Nietzsche, pervertito è un animale, una specie, un individuo «quando esso perde i suoi istinti, quando sceglie, quando preferisce quel che gli è nocivo». Ma cosa ha fatto il cristianesimo, si chiede Nietzsche, se non difendere tutto ciò che è nocivo all’uomo? Il cristianesimo ha considerato peccato tutti quelli che sono i valori e i piaceri della terra:

Il cristianesimo ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito; della contraddizione contro gli istinti di conservazione della vita forte ha fatto un ideale; ha guastato persino la ragione delle nature intellettualmente più forti, insegnando a sentire i supremi valori dell’intellettualità come peccaminosi, come fonti di traviamento, come tentazioni.

L’esempio più deprecabile è la rovina di Pascal, che credeva al corrompimento della sua ragione a causa del peccato originale, mentre era stato soltanto il suo cristianesimo a corromperla!

Il cristianesimo è la religione della compassione:

Ma si perde forza quando si ha compassione [...]; la compassione intralcia in blocco la legge dello sviluppo che è la legge della selezione. Essa conserva ciò che è maturo per il tramonto, oppone resistenza in favore dei diseredati e dei condannati dalla vita.

Ora, per Nietzsche, la compassione è la vera praxis del nichilismo, e

nulla è più malsano, in mezzo alla nostra malsana umanità, della compassione cristiana.

Nel Dio cristiano Nietzsche scorge «la divinità degli infermi»:

Nel Dio dei cristiani si dichiara inimicizia alla vita un Dio degenerato fino a contraddire la vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì. In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia dell’«al di qua», di ogni menzogna dell’«al di là»! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla!

Anche il buddhismo è una religione della decadenza, eppure Nietzsche lo trova «cento volte più realistico del cristianesimo»: il buddhismo, infatti, non lotta contro il peccato ma contro il dolore. Inoltre,

un clima molto mite, una grande pacatezza e liberalità di costumi, nessun militarismo sono i presupposti del buddhismo.

Nonostante tutto ciò, Nietzsche è catturato dalla figura del Cristo:

Cristo è l’uomo più nobile; [...] il simbolo della croce è il più sublime che sia mai esistito.

E opera una netta distinzione fra Gesù e il cristianesimo:

Il cristianesimo è qualche cosa di profondamente diverso da quello che il suo fondatore volle e fece.

Cristo è morto per indicare come si deve vivere:

La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, agli sgherri, agli accusatori e a ogni specie di calunnia e di scherno, il suo contegno sulla croce [...]. Le parole rivolte al ladrone sulla croce racchiudono in sé l’intero Vangelo.

Cristo fu un «libero spirito», ma con Cristo morì il Vangelo; anche il Vangelo «restò sospeso alla “croce”», o, meglio, si trasformò in Chiesa, in cristianesimo, cioè in odio e risentimento contro tutto ciò che è nobile e aristocratico:

Paolo è stato il più grande fra tutti gli apostoli della vendetta.

Il cristiano, dal primo all’ultimo (che Nietzsche pensa di arrivare a conoscere), è un combattente per i diritti uguali per tutti:

[ogni cristiano] è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato – egli vive, combatte sempre per «diritti uguali».

Nel Nuovo Testamento Nietzsche trova solo un personaggio degno di venir onorato, e questi è Ponzio Pilato a motivo del suo sarcasmo nei confronti della «verità».

Più tardi, nella storia della nostra civiltà, il rinascimento tentò la trasvalutazione dei valori cristiani, cercò di portare alla vittoria i valori aristocratici, i nobili istinti terrestri. Cesare Borgia papa sarebbe stato una grande speranza per l’umanità. Ma a quel punto ci fu un evento decisivo:

Lutero si indignò contro il rinascimento e ristabilì la Chiesa

Un monaco tedesco, Lutero, venne a Roma. Questo monaco, con dentro il petto tutti gli istinti di vendetta d’un prete malriuscito, a Roma si indignò contro il rinascimento [...]. Lutero vide la corruzione del papato, mentre si poteva toccare con mano esattamente il contrario: sul seggio papale non stava più l’antica corruzione, il peccatum originale, il cristianesimo! Sibbene la vita! Sibbene il trionfo della vita! Sibbene il grande sì a ogni cosa elevata, bella, temeraria!... E Lutero restaurò nuovamente la Chiesa [...].

Ah, questi Tedeschi, quanto ci sono costati!.

Di tal natura sono dunque le ragioni che spingono Nietzsche a condannare il cristianesimo:

La Chiesa cristiana non lasciò nulla d’intatto nel suo pervertimento, essa ha fatto di ogni valore un disvalore, di ogni verità una menzogna, di ogni onestà un’abiezione dell’anima. [...] Con il suo ideale clorodico della «santità» [la Chiesa] va bevendo fino all’ultima goccia ogni sangue, ogni amore, ogni speranza di vita.

L’al di là è la negazione di ogni realtà e la croce è una congiura «contro salute, bellezza, costituzione ben riuscita, valentia di spirito, bontà dell’anima, contro la vita stessa». Cosa dobbiamo quindi augurarci se non che questo sia l’ultimo giorno del cristianesimo? E da oggi? Da oggi, risponde Nietzsche, trasvalutazione di tutti i valori.

La genealogia della morale

Insieme al cristianesimo, anzi condannando il cristianesimo, Nietzsche sottopone a una critica serrata la morale. Questa è «la grande guerra» che Nietzsche ingaggia in nome della «trasformazione dei valori che hanno dominato fino a oggi».

E tale rivolta contro il sentimento consueto dei valori egli la esplicita specialmente in quei due volumi che sono Al di là del bene e del male e Genealogia della morale. Scrive Nietzsche:

Fino a oggi non si è neppure avuto il minimo dubbio o la minima esitazione nello stabilire il «buono» come superiore, in valore, al «malvagio» [...]. Come? e se la verità fosse il contrario? Come? e se nel bene fosse insito anche un sintomo di regresso, come pure un pericolo, una seduzione, un veleno?

Questo è il problema della Genealogia della morale. Ed è qui che Nietzsche va a indagare i meccanismi psicologici che illuminano la genesi dei valori: la comprensione della genesi psicologica dei valori sarà di per sé sufficiente a metterne in dubbio la pretesa assolutezza e indubitabilità.

Ebbene, innanzitutto la morale è una macchina che viene costruita per dominare gli altri, e, in secondo luogo, dobbiamo subito distinguere tra la morale aristocratica dei forti e quella degli schiavi. Questi sono i deboli, i malriusciti. E, come dice il proverbio, coloro che non possono dare cattivi esempi danno buoni consigli. È così che i costitutivamente deboli agiscono per soggiogare i forti:

La morale aristocratica e la morale degli schiavi Mentre ogni morale aristocratica cresce da una trionfale affermazione di sé, la morale degli schiavi oppone sin dal principio un no a ciò che non fa parte di se stessa, a ciò che è differente da sé ed è il suo non-io; ed è il suo atto creatore. Questo capovolgimento [...] appartiene in proprio al risentimento.

È il risentimento contro la forza, la salute, l’amore alla vita che fa diventare dovere e virtù ed eleva al rango di bene comportamenti come il disinteresse, il sacrificio di sé, la sottomissione.

Così, per esempio, se esaminiamo la psicologia dell’asceta, all’apparenza questi mostrerà un profondo disinteresse per le cose e i successi di questo mondo; tuttavia, una analisi appena più approfondita paleserà in lui una forte volontà di dominio sugli altri. La sua morale è l’unico modo e il solo strumento con cui egli può soggiogare gli altri. È frutto del risentimento.

La morale dei forti o dei signori è la morale della fierezza, della generosità e dell’individualismo; la morale degli schiavi è, invece, la morale dei «filistei» risentiti, è la morale della democrazia e del socialismo.

E questa morale degli schiavi è legittimata da metafisiche che la supportano con basi presunte «oggettive», senza avvedersi che tali metafisiche sono solo «mondi superiori» inventati per poter calunniare e insudiciare questo mondo che esse vogliono ridurre a mera apparenza:

Guardateli i buoni e i giusti! Chi odiano essi più di ogni altro? Colui che spezza le tavole dei valori, il violatore, il corruttore.

Ma questi è colui che crea. Guardateli i credenti di tutte le religioni! Chi odiano essi più di ogni altro? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il violatore, il corruttore. Ma questi è colui che crea.

E questo odio, che ha proibito gli istinti più sani, vale a dire gli istinti che legano l’uomo alla terra (che è la gioia, la salute, l’amore, l’intellettualità superiore ecc.), ha fatto sì che questi istinti «si volgessero a ritroso, si rivolgessero contro l’uomo stesso».

Fu così che l’uomo, invece di svilupparsi all’esterno e creare un mondo di bellezza e di opere grandi, si sviluppò all’interno e nacque «l’anima»: ma un’anima malata di una malattia «la più grave e oscura».

Nietzsche e il nichilismo

Dice Nietzsche:

Il nichilismo è la conseguenza necessaria del cristianesimo, della morale e del concetto di verità della filosofia.

Quando le illusioni perdono la maschera, allora ciò che resta è niente, l’abisso del nulla:

Il nichilismo come stato psicologico subentra di necessità, in primo luogo, quando abbiamo cercato in tutto l’accadere un «senso» che in esso non c’è, sicché alla fine a chi cerca viene a mancare il coraggio.

Quel «senso» poteva essere la realizzazione o l’accrescimento di un valore morale (amore, armonia nei rapporti, felicità ecc.). Ma quel che dobbiamo coraggiosamente constatare è che la delusione su questo preteso fine è «una causa del nichilismo».

Si è, in secondo luogo, «postulata una totalità, una sistematizzazione e addirittura un’organizzazione in tutto l’accadere e alla sua base». Senonché, si è visto che questo universale, che l’uomo aveva costruito per poter credere nel proprio valore, non c’è! Che cosa è accaduto, in fondo?

Si raggiunse il sentimento della mancanza di valore, quando si comprese che non è lecito interpretare il carattere generale dell’esistenza né col concetto di «fine», né col concetto di «unità», né col concetto di «verità».

Cadono «le menzogne di vari millenni» e l’uomo resta sì senza gli inganni delle illusioni, ma resta solo. Non ci sono valori assoluti, anzi i valori sono disvalori; non esiste nessuna struttura razionale e universale che possa sostenere l’impegno dell’uomo; non c’è nessuna provvidenza, nessun ordine cosmico:

La condizione generale del mondo è, per tutta l’eternità, il caos, non come assenza di necessità, ma nel senso di una mancanza di ordine o di struttura, di forma, di bellezza, di saggezza.

Il mondo non ha un senso:

Io ho trovato in tutte le cose questa certezza felice: esse preferiscono danzare sui piedi del caso.

Non c’è un ordine, non c’è un senso. Ma c’è una necessità: il mondo ha in sé la necessità della volontà. Il mondo, sin dall’eternità, è dominato dalla volontà di accettare se stesso e di ripetersi.

È questa la dottrina dell’eterno ritorno che Nietzsche riprende dalla Grecia e dall’Oriente. Il mondo non procede in maniera rettilinea verso un fine (come crede il cristianesimo), né il suo divenire è progresso (come pretende lo storicismo hegeliano e post-hegeliano), ma

tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e noi fummo già eterne volte e tutte le cose con noi.

Ogni dolore e ogni piacere, ogni pensiero e ogni sospiro e ogni cosa indicibilmente piccola e grande ritornerà:

tornerà anche questa tela di ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e anche questo identico momento, e io stesso.

La dottrina dell’amor fati

Il mondo che accetta se stesso e che si ripete: è questa la dottrina cosmologica di Nietzsche. A essa Nietzsche collega l’altra sua dottrina dell’amor fati: amare il necessario, accettare questo mondo e amarlo.

L’uomo scopre che l’essenza del mondo è volontà, vede che esso è eterno ritorno, e si riconcilia volontariamente con il mondo: riconosce nella propria volontà di accettazione del mondo la stessa volontà che accetta se stessa. Egli segue volontariamente la via che gli altri uomini hanno seguito ciecamente, approva questa via e non cerca più di fuggirla come fanno i malati e i decrepiti. Questo insegna Zarathustra.

Tutto ciò che fu è frammento, enigma, caso spaventevole, finché la volontà creatrice aggiunge: così io volevo che fosse, così io voglio che sia, così io vorrò che sia.

L’amor fati è accettazione dell’eterno ritorno, è accettazione della vita. In esso non bisogna però vedere l’accettazione dell’uomo, ma il desiderio di costruire un uomo superiore a quello comune, ossia un «superuomo».

Il superuomo è il senso della terra

Il messaggio fondamentale di Zarathustra sta infatti proprio in questo: nell’insegnare il superuomo:

Il superuomo è il senso della terra! La vostra volontà proclami: il superuomo sia il senso della terra. Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! [...] Altre volte il delitto contro Dio era il maggiore dei malefici, ma Dio è morto [...]. La cosa più triste è ora peccare contro il senso della terra!

È l’uomo, l’uomo nuovo che deve creare un senso nuovo della terra, abbandonare le vecchie catene e infrangere gli antichi ceppi. L’uomo deve inventare l’uomo nuovo, cioè il superuomo, l’uomo che va oltre l’uomo e che è l’uomo che ama la terra e i cui valori sono la salute, la volontà forte, l’amore, l’ebbrezza dionisiaca e un nuovo orgoglio. Dice Zarathustra:

Un nuovo orgoglio mi insegnò il mio Io, e io l’insegno agli uomini: non cacciate più la testa nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre, che crea essa stessa il senso della terra.

Al tu-devi va sostituito io-voglio

Ai vecchi doveri il superuomo sostituisce la propria volontà:

C’è un drago immane che lo spirito non vuole più oltre chiamare suo padrone e suo Dio? Si chiama: «Tu devi». Ma contro di lui lo spirito del leone avventa le parole: «Io voglio».

Ci sono i predicatori della morte, che sono poi i predicatori della vita eterna e di mondi soprannaturali, ma Zarathustra vuol essere «la voce del corpo ridonato alla salute». È la voce del coraggio e della fierezza: si vuole l’amore del prossimo, ma «non la vostra compassione, bensì il vostro valore ha finora salvato chi era in pericolo».

L’uomo è una corda tesa, tesa tra il bruto e il superuomo, una corda tesa su di una voragine.

E non lontano è il momento del trapasso dal vecchio uomo abbrutito dai suoi disvalori e con la testa nella sabbia delle cose celesti, all’uomo che crea il senso della terra, cioè nuovi valori tutti terrestri:

E il grande meriggio della vita risplenderà quando l’uomo si troverà nel mezzo del suo cammino tra il bruto e il superuomo e celebrerà il suo tramonto quale la sua maggior speranza; giacché il suo tramonto sarà l’annuncio di una nuova aurora. Il perituro benedirà allora se stesso, lieto d’esser uno che passa oltre: il sole della sua conoscenza splenderà di luce meridiana. «Morti son tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva».

È ben vero che «il popolo e la gloria girano intorno ai commedianti», ma è altrettanto vero che

il mondo gira intorno agli inventori dei nuovi valori.

L’uomo dovrà essere misura di tutte le cose

Come per Protagora, anche per Nietzsche l’uomo ha da essere misura di tutte le cose; ha da creare nuovi valori, porli in essere. L’uomo abbrutito ha la schiena piegata dinanzi alle illusioni crudeli del soprannaturale. Il superuomo ama la vita e crea il senso della terra e a questo è fedele. Qui sta la sua volontà di potenza:

Oramai Dio è morto! O uomini superiori, quel Dio era il vostro pericolo più grave. Soltanto ora che egli giace nel suo sepolcro, voi potete dirvi resuscitati. Ora è vicino il grande meriggio: ora soltanto l’uomo superiore diventa padrone! Comprendete voi queste parole, o fratelli? Voi siete atterriti: v’incolse forse la vertigine? L’abisso vi si apre forse dinanzi spalancato? Forse il cane infernale abbaia contro di voi? Ebbene! Orsù! O uomini superiori! Ora soltanto la montagna dell’avvenire umano s’agita nelle doglie del parto. Dio morì: ora noi vogliamo che viva il superuomo.

Così parlò Nietzsche-Zarathustra.