HANNAH ARENDT: UNA INFLESSIBILE DIFESA DEL LIBERO INDIVIDUO

La vita e le opere

Hannah Arendt nasce da famiglia ebrea a Hannover, il 14 ottobre del 1906. Negli anni che corrono tra il 1924 e il 1929 la Arendt è studentessa universitaria a Marburgo e a Friburgo in Brisgovia, e successivamente a Heidelberg. Frequenta i corsi di letteratura greca, teologia e filosofia. E ha la fortuna di avere come docenti Rudolf Bultmann, Edmund Husserl, Martin Heidegger e Karl Jaspers. È con Jaspers che si laurea nel 1928 con una dissertazione su sant’Agostino.

Nel 1933 abbandona la Germania nazista e si rifugia a Parigi, dove ha modo di entrare in contatto con i pensatori più noti dell’epoca: Alexandre Koyré, Raymond Aron, Jean-Paul Sartre e Alexandre Kojève. Qui, in Francia, è attiva nell’organizzazione per l’emigrazione in Palestina dei bambini ebrei. Viene arrestata nella primavera del 1940 e internata al Velodrome d’Hiver. Riesce tuttavia a fuggire e nel 1941 è negli Stati Uniti d’America.

Scrive molto e su diverse riviste. Insegna in numerose università, tra cui, Berkeley, Princeton, Columbia. Nel 1967 viene nominata professore di filosofia politica alla New School for Social Research a New York, la «filiale americana in esilio», per così dire, della Scuola di Francoforte. Hannah Arendt muore a New York il 4 dicembre del 1975. Il suo influsso sulla cultura europea, come su quella americana, è stato ed è ancora molto forte.

L’opera più nota della Arendt esce nel 1951; si tratta di The Origins of Totalitarianism (Le origini del totalitarismo). Del 1958 è l’impegnativo lavoro filosofico The Human Condition (tradotto in italiano con il titolo: Vita activa).

Nel 1963 la Arendt pubblica quello che è il suo libro più conosciuto: Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (tr.it.: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme). È questo un libro sul processo che ebbe luogo a Gerusalemme e che vide come imputato uno dei massimi responsabili dell’Olocausto.

Il volume del 1969 Crises of the Republic (tr.it.: Politica e menzogna) contiene i saggi: Lying in Politics; Civil Disobedience; On Violence; Thoughts on Politics and Revolution (La menzogna in politica; La disobbedienza civile; Sulla violenza; Pensieri sulla politica e la rivoluzione).

Fu la pubblicazione dei Pentagon Papers – quarantasette volumi della Storia del processo decisionale americano sulla politica in Vietnam – a far sì, scrive la Arendt, che «il famoso vuoto di credibilità, che ci ha accompagnati per sei lunghi anni, si sia all’improvviso spalancato tanto da diventare un abisso»:

Il punto cruciale [...] non è soltanto che la politica della menzogna non era quasi mai rivolta al nemico [...], ma anche che era destinata principalmente, se non esclusivamente, al consumo interno, alla propaganda nazionale e aveva in particolare lo scopo di ingannare il Congresso.

Avversaria irriducibile dei regimi totalitari, Hannah Arendt è stata una implacabile fustigatrice delle carenze e delle storture delle società democratiche; attenta a cogliere il nuovo, ma senza esserne succube, ha visto di buon occhio le lotte degli studenti, specie quelle per i diritti civili. Postumo è uscito il volume (incompleto) The Life of the Mind (La vita della mente).

Antisemitismo, imperialismo e totalitarismo

Le origini del totalitarismo è un’opera che esce nel 1951 ed è divisa in tre parti: 1. L’antisemitismo; 2. L’imperialismo; 3. Il totalitarismo:

È necessaria una nuova legge umana per l’intera umanitàL’antisemitismo (non il semplice odio contro gli ebrei), l’imperialismo (non la semplice conquista), il totalitarismo (non la semplice dittatura) hanno dimostrato, uno dopo l’altro, uno più brutalmente dell’altro, che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia, che si può trovare soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra, destinata a valere per l’intera umanità.

In primo luogo, tuttavia, occorre comprendere; e comprendere significa questo:

esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottometterci supinamente al suo peso.

La Arendt vuole comprendere come l’antisemitismo «sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione della fabbrica della morte». Fondamentale è capire, inoltre, che i regimi totalitari basano la loro politica sull’idea del conseguimento del fine ultimo che è «la conquista del mondo»; e questo fine i totalitari «non lo perdono mai di vista per quanto remoto possa apparire, per quanto gravemente le sue esigenze “ideali” possano contrastare con la necessità del momento». Proprio per questo, afferma la Arendt,

i totalitari non considerano [...] alcun paese come perpetuamente straniero, ma, anzi, ogni paese come un loro potenziale territorio.

E della «questione ebraica» si servirono i nazisti per questo loro scopo:

Costringendoli [gli ebrei] a lasciare il Reich senza passaporto e senza denaro, si traduceva in realtà la leggenda dell’ebreo errante; e costringendoli ad assumere un atteggiamento di intransigente ostilità contro il Terzo Reich, i nazisti si procuravano il pretesto per immischiarsi negli affari interni di qualsiasi paese straniero.

Più in profondità e più in particolare la Arendt fa vedere che

I campi di sterminio: laboratori per il dominio assoluto sull’uomoi campi di concentramento e di sterminio servono al regime totalitario come laboratori per la verifica della sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo. [...] Il dominio totale, che mira a organizzare gli uomini nella loro infinita pluralità e diversità come se tutti insieme costituissero un unico individuo, è possibile soltanto se ogni persona viene ridotta a immutabile identità di reazioni, in modo che ciascuno di questi fasci di reazioni possa essere scambiato con qualsiasi altro.

Il totalitario punta a fabbricare qualcosa che non esiste, cioè un tipo umano simile agli animali, la cui unica «libertà» consisterebbe nel «preservare la specie».

E si giunge a questo inferno (propagandato come il paradiso) sia con l’indottrinamento delle élites, sia col terrore dei lager:

Il lager trasforma l’uomo in oggettoI lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in un qualcosa che neppure gli animali sono.

La Germania di Hitler e la Russia di Stalin hanno voluto rendere «superflui gli uomini». E dietro a tutto ciò c’è, appunto, l’ideologia totalitaria: questa esige la punizione senza il reato, lo sfruttamento senza il profitto e il lavoro senza il prodotto; è la giustificazione di una società che è

un luogo dove quotidianamente si crea l’insensatezza.

Eppure, annota la Arendt, nel contesto dell’ideologia totalitaria, nulla potrebbe essere più sensato e logico:

Se gli internati sono dei parassiti, è logico che vengano uccisi col gas; se sono dei degenerati, non si deve permettere che contaminino la popolazione; se hanno un’«anima da schiavi» (Himmler), non è il caso di sprecare il proprio tempo per rieducarli. [...] Visti attraverso le lenti dell’ideologia, i campi hanno quasi il difetto di aver troppo senso, attuare la dottrina con troppa coerenza.

Proprio qui, pertanto, è urgente e necessario agire per scardinare un’ideologia che potrebbe essere «un potenziale costante pericolo».

L’azione come attività politica per eccellenza

Contro le ideologie che riducono l’uomo a oggetto schiacciandolo sotto le atrocità delle torture, e contro le ideologie che, come il materialismo storico, lo annientano nei gorghi del determinismo e del fatalismo, la Arendt vede l’uomo come una spontanea sorgente di libere iniziative, come inizio di azioni creative. In The Human Condition scrive:

Con il termine vita activa, propongo di designare tre fondamentali attività umane: l’attività lavorativa, l’operare e l’agire. [L’attività lavorativa] corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano [...] e assicura non solo la sopravvivenza individuale, ma anche la vita della specie.

L’operare è la prassi non assorbita dal ciclo vitale e che produce un «mondo artificiale» di cose, «nettamente distinto dall’ambiente naturale».

L’azione è la sola attività che mette in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali [e] corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che più uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra.

Ad agire sono sempre uomini singoli; l’azione è interazione: «vivere» ed «essere tra gli uomini» (inter homines esse) erano sinonimi per i Romani, fa presente la Arendt – e sinonimi erano per loro «morire» e «cessare di essere tra gli uomini» (inter homines esse desinere). L’azione significa iniziativa, nascita o inizio di qualcosa di nuovo, e

poiché l’azione è l’attività politica per eccellenza, la natalità, e non la mortalità, può essere la categoria centrale del pensiero politico in quanto si distingue da quello metafisico.

Ed è l’azione – sottolinea la Arendt – che crea e conserva gli organismi politici, e in questo modo essa «permette il ricordo, cioè la storia». L’azione, inoltre, sposta la vita dell’individuo sul versante pubblico. Certo, ci sono cose «che non possono sopportare la luce violenta e implacabile della presenza costante di altri sulla scena pubblica» – si pensi all’amore:

l’amore, a differenza dell’amicizia, muore, o piuttosto si spegne nel momento in cui appare in pubblico.

Tuttavia, la Arendt insiste sul fatto che la verità non trova la sua sede nell’intima profondità dell’uomo; la verità è piuttosto un fatto pubblico, frutto non di introspezione o di vita contemplativa, ma di vita activa, e

La luce del dominio pubblico illumina le nostre vite privatepoiché la nostra sensibilità nei confronti della realtà si fonda soprattutto sull’apparire e quindi sull’esistenza di un dominio pubblico in cui le cose possono emergere dall’esistenza latente, anche il barlume che illumina le nostre vite private e intime deriva in ultima analisi dalla luce molto più forte del dominio pubblico.

Tali tematiche tornano anche nell’ultimo libro della Arendt: La vita della mente. L’opera è incompleta nella terza parte (che doveva riguardare il giudizio); le due prime parti concernono rispettivamente il pensare e il volere. In questo lavoro non ci viene offerta una teoria sull’essenza della mente; la Arendt, piuttosto, critica il pregiudizio che da Platone in poi ha percorso la cultura filosofica dell’Occidente sino a Nietzsche e secondo il quale il pensiero ha il compito di raggiungere l’essere al di là delle apparenze. Che la vita contemplativa sia superiore a quella attiva trova la sua sorgente primaria proprio in tale pregiudizio. E contro di esso la Arendt sostiene che non c’è essere o verità al di fuori o oltre l’apparenza:

Nel mondo nulla è se non nella forma di un oggetto che appare ad altri, e che proprio solo in questo apparire trova la garanzia della propria realtà.

Ovviamente, è necessario distinguere tra apparenza autentica e parvenza ingannevole: ebbene «la prima è quella che resiste alla critica, e si conferma nella discussione, nei processi di verifica che, soprattutto nella modernità, si sono inventati e messi in atto per accertare l’oggettività» (Gianni Vattimo). La conoscenza è dunque la costituzione dell’oggettività in un processo di intersecazione di proposte e di azioni: l’oggettività, in breve, è intersoggettiva. Così come dalla stipulazione e dal consenso di individui, gruppi ed epoche dipendono da quei valori politici che si configurano come luoghi ideali dell’autoriconoscimento, dell’appartenenza e della comunicazione di uomini, di gruppi e di intere epoche.