Vita di Agostino di Ippona

M. F. Sciacca


I primi anni e la conversione.  

Agostino, cui già Orosio e i più antichi manoscritti danno il prenome di Aurelio, nacque nella Numidia (l’attuale Tunisia), propriamente a Tagaste, il 13 novembre del 354. Il padre Patrizio era decurione della città e fu seguace del paganesimo sino a pochi anni prima di morire. La madre Monica, invece, incarnava in sé il tipo ideale della sposa e della madre cristiana. Sollecita d'infondere nell'animo del figlio gli stessi sentimenti che adornavano l'animo suo, essa si diede premura di farlo iscrivere tra i catecumeni, di porre nella mente di lui i semi della religione cristiana, di volgerne il cuore alla pratica del bene con l'esempio di uomini pii. Tuttavia, inconsapevolmente trascinata dalle consuetudini del tempo, ne differì il battesimo ad età matura.

Agostino cominciò gli studi a Tagaste, dove, sotto la guida e con la ferula dei primi magistri, apprese a leggere, a scrivere, a computare; frequentò la scuola di grammatica nella vicina Madaura con grande trasporto e amore per gli scrittori latini, specialmente per Virgilio, ma con nessuna passione o quasi per la lingua greca e per Omero. Dopo un anno di ozio, impostogli dalle condizioni economiche della famiglia, si recò a Cartagine per compiervi, con il generoso contributo di Romaniano, il quadriennale corso di retorica. Nei quattro anni di vita cartaginese (371-374) subì una duplice crisi: le passioni giovanili e le seduzioni della “molle” Cartagine lo spinsero ben presto ad una relazione concubinaria dalla quale nel 372 ebbe un figlio, Adeodato.

Il desiderio ardentissimo della sapienza accesogli nel cuore dalla lettura dell'Hortensius di Cicerone, e non soddisfatto dalle pagine della Bibbia, che sulle prime parvero rozze e spregevoli al suo raffinato gusto letterario e al suo spirito orgoglioso, finì per indurlo ad accedere, in qualità dì semplice uditore, al manicheismo.

Terminati gli studi, ritornò a Tagaste, apri una scuola di grammatica e fece propaganda di manicheismo. Monica, nel suo dolore per il traviamento del figlio, fu confortata da una visione avuta in sogno e dalle parole di un vescovo: fieri non potest ut filius istarum lacrimarum pereat.

Tagaste era un campo troppo angusto per Agostino; la perdita di un amico carissimo gliela rese per giunta odiosa e insopportabile. Decise, perciò, di tornarsene a Cartagine. Ivi insegnò retorica per otto anni (276-383), contando tra i discepoli i figli di Romaniano, suo mecenate: Alipio, già suo alunno di grammatica a Tagaste, ed Eulogio; prese parte ad un concorso per un carmen theatricum, riuscendone vincitore e guadagnando la corona agonistica che gli fu posta sul capo dallo stesso proconsole Vindiciano; compose, verso il 380, il De pulchro et apto, dedicandolo al celebre retore Ierio (Hierìus), che insegnava allora ed esercitava l'eloquenza latina a Roma; si dedicò poi allo studio della filosofia e delle scienze naturali, specialmente dell'astronomia, per saggiare la solidità della dottrina manichea, contro la quale nella sua mente inquieta cominciava a sorgere e si rafforzava sempre maggiormente il dubbio.

I manichei di Cartagine, cui rivolgeva spesso imbarazzanti quesiti, solevano rispondergli che attendesse Fausto di Milevi, perché da lui avrebbero avuto adeguata risposta tutte le sue domande. Fausto capitò a Cartagine solo nel 383; Agostino aveva allora 20 anni, ma le sue difficoltà non furono risolte. Fausto non apparve che un retore, e per giunta non troppo colto; il giovane Agostino ne ebbe una vera e propria delusione e, pur continuando a mantenere gli esterni rapporti con i manichei, si distaccò con l'animo dalla loro dottrina.

Nello stesso anno 383, probabilmente in autunno, Agostino abbandonò l'Africa, lasciando con un inganno la madre a pregare e a piangere nella Memoria di S. Cipriano, che si ergeva poco lungi dal porto di Cartagine. Agostino si recò a Roma, spintovi dal desiderio di trovare scolaresca più disciplinata, guadagno più lauto, onori più alti. Nella metropoli dell'impero, Agostino, forse per opera di Alipio, manicheo, trasferitovisi già prima di lui, fu ospite di un uditore manicheo. Riavutosi dalle febbri che lo avevano colpito appena giunto nella nuova sede, cominciò il corso delle sue lezioni di retorica. Ben presto, però, si accorse che, se gli scolari di Cartagine disturbavano spesso le lezioni dei professori, quelli di Roma avevano il brutto vezzo di frequentare per qualche tempo la scuola di un maestro, per poi presto abbandonarla e passare ad un'altra, proprio al momento di pagare la retta pattuita. Al giovane retore non poteva toccare, da questo lato, disinganno maggiore.

Fortunatamente, in quell'anno la città di Milano si era rivolta al prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, per avere da lui un professore di retorica. Agostino partecipò al concorso e, con l'aiuto dei manichei, ottenne la cattedra. A Milano, sotto l’azione di cause diverse, doveva nel biennio 384-386 maturare e prodigiosamente risolversi la crisi spirituale, che da molti anni teneva in pena il suo animo, imprimendo alla sua vita un indirizzo del tutto nuovo. Infatti, la domenicale predicazione di S. Ambrogio, con l'interpretazione delle Scritture improntata al sano principio dell’allegoria, che rendeva chiari e accettabili i passi contro i quali si appuntavano le critiche dei manichei, fece dileguare a poco a poco i pregiudizi che ancora gli restavano sulla Scrittura in genere e sul "Vecchio Testamento” in specie; alcune opere platoniche, tradotte in lingua latina da Mario Vittorino e procurategli forse da Manlio Teodoro, impedirono che il dubbio accademico [scettico], subentrato al manicheismo, lo soggiogasse completamente e per sempre.

Ad Agostino si dischiusero i vasti orizzonti della concezione spiritualistica della vita e della personalità umana, soprattutto gli si chiarì il problema filosofico della natura e dell'origine del male. La madre, che intanto lo raggiunse a Milano come lo aveva seguito a Cartagine, non cessava di adoprarsi per indurlo al passo decisivo della conversione, ed insisteva nello stesso tempo perché si ammogliasse in maniera decorosa e vantaggiosa. Per Agostino, però troppo grandi erano gli ostacoli che ancora gli rimanevano da superare. Si era sciolto, è vero, dai lacci che per quattordici anni circa lo avevano tenuto legato alla donna con cui aveva convissuto; ma, nell'attesa del legittimo matrimonio, era caduto tra le maglie di un nuovo concubinato; né era riuscito a eliminare del tutto le aspirazioni agli onori ed al successo mondano. II contrasto tra le sue aspirazioni e la realtà della vita era troppo stridente. Quasi a renderlo più acuto giunse dapprima il racconto della conversione di Mario Vittorino, fattogli da Simpliciano, allora presbitero; pochi giorni dopo, infine, Ponticiano gli narrò in casa sua la conversione di Antonio e di altri eremiti.

Agostino si sentì agitato da un vero tumulto di sentimenti contrastanti; la vergogna, la confusione, lo sdegno s'impossessarono di lui. Mai, come allora, provò il bisogno di star solo e di piangere: appena uscito Pomiciano, prese il codice delle lettere di S. Paolo, si recò, seguito da Alipio e visibilmente turbato, nel giardino annesso alla casa, si appartò in luogo remoto, all'ombra di un fico e sciolse il freno ad un pianto dirotto. Mentre piangeva, implorando aiuto da Dio, lo percosse il suono di una voce infantile: Tolle, lege; tolle, lege. Fu per lui un comando del ciclo, aprì il codice dell'epistolario paolino, lesse la sentenza di Romani, XIII, 13-14, che a caso gli cadde sott'occhi, la prese quasi come fosse tessera della sua vita e tosto avvertì che un radicale cambiamento si era in lui verificato: una luce tranquilla rischiarava la sua intelligenza; una pace serena era spuntata nel suo cuore; una forza arcana, mai sentila prima di allora, sosteneva e animava la sua volontà. Egli era convertito.

Era l'estate del 386: mancavano appena tre settimane circa per le ferie della vendemmia, che cominciavano il 23 di agosto, e per la conseguente chiusura delle scuole.


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