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L'attentato a Sarajevo del 1914


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Christopher Clark

I Sonnambuli


Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra

Parte Terza:

La Crisi

Capitolo 7: Assassinio a Sarajevo

Istanti folgoranti

Le notizie da Sarajevo sarebbero riecheggiate per anni nell’immaginazione letteraria dell’Impero tramontato, dall’inquietante clamore dei telefoni nella tragedia Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus al tenente Trotta von Sipolje di Joseph Roth, che ricevette le cattive nuove come «il verificarsi di un evento già vissuto più volte in sogno»

È difficile valutare l’impatto che l’assassinio dell’arciduca provocò nei suoi contemporanei austro-ungarici, per il fatto che «il tratto più notevole» della persona pubblica di Francesco Ferdinando, ha scritto uno studioso, «era la sua decisa impopolarità a tutti i livelli della vita pubblica». L’arciduca non era tipo da piacere alle folle. Era privo di carisma, irritabile, incline a improvvisi accessi di rabbia. Le sue fattezze grassocce e immobili erano prive di fascino per coloro che non avevano mai visto come il suo volto potesse prendere vita, illuminato dai suoi occhi di un azzurro intenso, in compagnia della sua famiglia o dei suoi amici più stretti.

I contemporanei avevano rilevato in lui un costante desiderio di ottenere rispetto e di affermarsi. Restava inorridito di fronte al minimo cenno di insubordinazione. D’altra parte, odiava le persone servili, ed era quindi difficile accontentarlo. Come osservò il suo alleato politico e ammiratore conte Ottokar Czernin, era uno «che sapeva odiare», e che non dimenticava mai uno sgarbo. Le sue arrabbiature erano così temute che i ministri e gli alti funzionari «raramente comparivano davanti a lui senza batticuore». Aveva pochi amici veramente intimi. La diffidenza era il sentimento dominante nei suoi rapporti con le altre persone: «Prendo chiunque incontri per la prima volta per una volgare canaglia», notò una volta, «e solo gradualmente mi consento di convincermi del contrario». La sua ossessione per la caccia, che era eccezionale anche per gli standard dell’epoca, fu all’origine di molti commenti negativi, soprattutto nelle valli attorno al suo casino di caccia, lo Schloss Blühnbach; per proteggere le riserve di selvaggina locale da qualsiasi rischio di malattie, Francesco Ferdinando recintò la proprietà attorno al castello, facendo infuriare gli alpinisti del ceto medio, che si videro negare l’accesso ai frequentati sentieri della zona, e i contadini locali, che non potevano più far pascolare le capre sui monti sopra i loro villaggi. In una nota del suo diario scritta il giorno dell’attentato, Arthur Schnitzler rilevava la velocità con cui il primo choc per gli omicidi fosse passato, temperato come fu dal ricordo della spaventosa «impopolarità» dell’arciduca.

Non vi fu quindi alcuna espressione di dolore collettivo quando venne resa nota la notizia dell’assassinio. Ciò contribuisce a spiegare per quale motivo gli assassinii siano sempre stati definiti con riferimento al luogo in cui avvennero più che alle loro vittime (diversamente, in genere non si fa riferimento all’assassinio di John F. Kennedy come all’assassinio di Dallas). Gli storici hanno talvolta dedotto dall’impopolarità dell’arciduca che il suo assassinio non fu di per sé un elemento importante per innescare gli eventi successivi, ma al massimo un pretesto per decisioni le cui radici affondano in un passato più remoto. Ma questa conclusione è fuorviante. In primo luogo si deve considerare il fatto che, fosse o meno popolare, l’energia e lo zelo riformatore dell’erede al trono erano ampiamente riconosciuti. Francesco Ferdinando, disse il rappresentante diplomatico austriaco a Costantinopoli al suo collega serbo, era un uomo di «raro dinamismo e di forte volontà», che era completamente dedito agli affari di Stato e avrebbe esercitato una grande influenza. Era l’uomo che aveva raccolto intorno a sé «quelli che capivano come soltanto un completo cambiamento di corso nella sfera della politica interna» avrebbe potuto salvaguardare il proseguimento dell’esperienza dell’Impero. Inoltre, quel che importava non era solo la morte della persona, ma il grave colpo a quello che egli rappresentava: il futuro della dinastia, dell’Impero e dell’«idea di Stato asburgica» che ne era l’elemento unificante.

La reputazione dell’arciduca venne in ogni caso trasfigurata dalle circostanze della sua morte, con un processo messo in atto soprattutto, e con incredibile rapidità, dalla stampa. Nell’arco di ventiquattr’ore dall’assassinio, la maggior parte degli elementi narrativi poi diventati canonici sui fatti di Sarajevo era già in campo: dal fallito tentativo di lancio della bomba da parte di Čabrinović al successivo balzo nel Miljačka fino allo stoico rifiuto dell’arciduca di annullare la visita dopo la prima bomba, alla sua sollecitudine per i feriti della quarta auto, al suo incontrollato scontro con il sindaco Čurčić, alla fatale svolta in via Franz Josef e perfino alle ultime parole dette dall’arciduca morente alla moglie ormai priva di sensi. La copertura dell’avvenimento da parte dei giornali generò l’irresistibile sensazione che si era di fronte ad un evento eccezionale. Le prime pagine dei giornali pesantemente listate a lutto trovarono un’eco nelle bandiere e negli stendardi neri che trasformarono il volto delle strade e degli edifici della capitale – perfino i tram vennero listati a lutto. Gli autori dei principali articoli si soffermavano sull’energia e la lungimiranza politica dell’arciduca scomparso, sulla violenta conclusione di un matrimonio d’amore, sul dolore dei tre orfani, sulla rassegnata costernazione di un anziano imperatore che in vita sua aveva già sofferto pesanti lutti.

Per la prima volta, inoltre, la persona e la vita private dell’arciduca venivano esposte alla vista del pubblico. Un passaggio caratteristico del «Reichspost» del 30 giugno citava una frase dell’arciduca sulla sua famiglia: «Quando ritorno nel contesto della mia famiglia dopo una lunga e pesante giornata di lavoro, e vedo mia moglie intenta a cucire fra i miei bambini che giocano, lascio tutte le mie preoccupazioni fuori della porta e riesco a malapena ad assorbire tutta la felicità che mi circonda». Questi frammenti autentici, riferiti da chi era molto vicino all’arciduca scomparso, ruppero la barriera che aveva separato l’individuo privato dallo sgradito personaggio pubblico, generando emozioni che non erano meno vere per il fatto che erano indotte dai mezzi d’informazione. Come scrisse Karl Kraus solo due settimane dopo gli omicidi, quello che era rimasto silente nella vita di Francesco Ferdinando divenne eloquente con la sua morte.

Nonostante ciò, per la maggior parte delle persone il significato dell’assassinio era essenzialmente politico, più che sentimentale. Gli autori dei principali articoli crearono rapidamente la sensazione che si fosse di fronte ad un evento epocale. La «Neue Freie Presse», giornale della borghesia colta viennese, parlò di un «colpo del destino» (il termine Schicksalsschlag si ritrova in tutta la stampa dei giorni successivi all’attentato). Quando l’«orribile evento [...] divenne noto», dichiararono i redattori, «fu come se una tempesta stesse spazzando via la monarchia, come se la Storia avesse scritto l’orrendo assioma di una nuova epoca con una penna rosso sangue».

L’«Innsbrucker Nachrichten» parlò di «un evento unico nella storia dell’Austria». Con la morte dell’arciduca, osservò il direttore del «Reichspost», la monarchia aveva perso non solo il suo futuro sovrano, ma una figura pubblica unica per energia e determinazione, «nella quale tutti i popoli dell’Impero asburgico avevano riposto tutte le loro speranze, tutto il loro futuro». Stiamo parlando di voci austriache, naturalmente.

Il quadro era assai diverso a Budapest, dove molti accolsero con celato sollievo la notizia che la nemesi dei magiari era scomparsa. Ma anche in questo caso, la stampa borghese interpretò l’attentato come un evento storico di portata mondiale e inveì contro i sospetti autori dell’attentato.

Solo le nature più introverse poterono non registrare affatto l’intensità e l’incupirsi dell’umore pubblico. Il caso di Franz Kafka a Praga, il cui diario passa sotto silenzio gli eventi di quel giorno, per soffermarsi invece su una cronaca di sventure esclusivamente personali – smarrirsi recandosi a un appuntamento, salire sul tram sbagliato e perdere una chiamata telefonica – era eccezionale.

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