La Lettera VII

(Introduzione al testo di Platone)


 

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La questione dell'autenticità

La Lettera VII e la Lettera VIII sono oggi considerate dalla stragrande maggioranza degli studiosi le sole, fra le tredici lettere che la tradizione riferisce a Platone, ragionevolmente attribuibili al filosofo ateniese. Particolarmente significativa fra le due è la settima lettera. In essa Platone narra le principali fasi della sua formazione filosofica e politica, soffermandosi in particolare sul fallimento dei tre tentativi fatti a Siracusa per cercare di riformare la città, ponendovi a capo un re filosofo.

Il problema della data di stesura

La data di stesura della lettera deve essere sen'altro successiva alla morte di Dione, cui viene fatto esplicito riferimento (quindi dopo il 354 a.C.). Scrivendo ai familiari del suo amico e discepolo, Platone (o chi per lui) ha occasione di riflettere sulla sua vita, fornendoci un’interessante e importantissima fonte biografica. Ciò induce molti studiosi contemporanei a ritenere che l’autore di questa lettera sia effettivamente Platone, sebbene in realtà non sia possibile affermarlo con assoluta certezza. D’altra parte, se non di Platone si tratta, è ragionevole pensare che l’autore sia stato comunque un suo familiare o una persona a lui molto vicina, tanto da poter conoscerne a fondo la personalità e la vita: in questo caso si è ipotizzato che a scrivere la Lettera VII possa essere stato niente meno che Speusippo.

Il progetto politico di Platone in Sicilia

I parenti del defunto Dione scrivono a Platone per avere da lui qualche consiglio. Nel rispondere, il filosofo approfitta dell'occasione per ricordare la sua gioventù, il suo iniziale interesse per la politica e il suo distacco da essa a seguito del fallimento del regime dei Trenta Tiranni e della morte di Socrate, da cui la decisione di dedicarsi alla filosofia. Platone ricorda infatti di essere stato invitato dai parenti ad entrare a far parte del governo di Atene durante la tirannide dei Trenta, verso cui nutriva grandi speranze per il risanamento della polis. Grande però fu la delusione quando il loro governo si dimostrò di gran lunga peggiore dei precedenti, e la delusione si accrebbe ancor di più quando la rinata democrazia, più moderata, finì col condannare a morte Socrate, l'uomo più savio di Atene, che in più di un'occasione si era rifiutato di compiere le nefandezze ordinategli dai Trenta. Amareggiato da tanta corruzione morale, Platone decise allora di dedicarsi alla filosofia. Non per questo però si dimenticò della politica, ma anzi cercò a più riprese di dare concretezza ai suoi progetti, così da non essere ricordato come un semplice «facitore di parole».

DionisioL'occasione per mettere in pratica i suoi progetti gli fu offerta da Dione, il quale gli scrisse per chiedergli di aiutarlo a riformare la città di Siracusa. Platone narra così dei suoi viaggi in Italia meridionale, a Taranto da Archita e soprattutto a Siracusa ospite di Dione, il quale lo presentò al tiranno Dionisio il Vecchio, e in seguito al figlio Dionisio il Giovane. Tuttavia, dai tre viaggi che fece non ottenne niente, se non di essere tenuto quasi come un prigioniero da Dionisio il Giovane. L'intento di Platone e Dione era di istruire l'ancor giovane Dionisio II alla filosofia, in modo da poter istituire un nuovo governo retto da un re filosofo. Tuttavia, i due si dovettero scontrare con le macchinazioni di corte, che miravano a diffondere falsità e calunnie nei loro confronti. Lo stesso Dionisio tenne un comportamento decisamente ambiguo: da un lato affermò di nutrire interesse per la filosofia e amicizia verso Platone, ma al contempo si lasciò influenzare dalle maldicenze di corte e finì con l'esiliare Dione e far allontanare Platone. Le cose poi peggiorarono con il terzo viaggio, quando Dionisio invitò nuovamente Platone a Siracusa e spedì addirittura una nave a prelevarlo da Atene. Tuttavia, appena giunto in Sicilia la situazione precipitò a causa di alcune sommosse militari. Inoltre, Platone si inimicò il sovrano sostenendo di fronte a lui i diritti di Dione, con il risultato di essere costretto a rimanere, ospite sgradito, a Siracusa, senza poter tornare in patria e per di più rischiando la propria vita. Tornato infine ad Atene grazie all'aiuto dell'amico Archita, Platone maledì la sua scelta di andare a Siracusa e perse i contatti con Dione, il quale, tornato poi in Sicilia, riuscì a detronizzare Dionisio e prendere il potere, ma morì in seguito a una congiura.